comin-at-ya-poster-01Comin’ at ya! È un tardo spaghetti western diretto nel 1981 da Ferdinando Baldi. Il film con tutto che tra le maestranze annoveri, oltre alla regia, molti professionisti italiani rimase inedito qui da noi. Prodotta ed interpretata dall’americano Tony Anthony, la pellicola va a chiudere quella trilogia western nata dal sodalizio tra quest’ultimo e il regista salernitano, che ebbe inizio con Blindman (1971), film cult che tra gli interpreti vede l’ex Beatles Ringo Starr, e che proseguirà con Get mean (1975) altro titolo, come quello qui trattato, inedito in Italia.

L’opera nasce per sfruttare la tecnologia 3D dell’epoca ed essere vista in sala con gli appositi occhialini. La maggior parte delle scene, di fatto, sono girate in modo che la visuale sia sempre quella dello spettatore, così che lo stesso ogni volta abbia l’impressione che gli arrivi addosso qualsiasi cosa al centro della ripresa (da qui il titolo del film). E siccome tutto era finalizzato ad impressionare il pubblico cinematografico, i dialoghi sono ridotti al minimo. Ciò permette anche a chi non ha particolari conoscenze linguistiche di comprendere facilmente la trama se guarda il film in lingua originale, perché la storia è tutta votata all’azione, cosa questa che alla lunga lo rende abbastanza prevedibile e poco coinvolgente. Di contro risulta essere visivamente impeccabile, Baldi gira con mano ferma. Molte inquadrature rimandano, e non casualmente, al periodo d’oro dello spaghetti western, strizzando l’occhio a Sergio Leone.

La trama in breve vede H. H. Hart (Tony Anthony) alla ricerca di sua donna Abilene, interpretata da una giovane Victoria Abril, che gli è stata portata via in chiesa il giorno del matrimonio dai fratelli Pike e Poke Thompson, due banditi che rapiscono belle donne per rivenderle ai bordelli in Messico. Ovviamente nel finale ci sarà la resa dei conti dove Hart avrà la meglio sulla coppia di criminali riabbracciando la sua amata.

Sembrerebbe che Quenti Tarantino abbia un culto personale verso questo film, visto che molte delle sue scene sono riprese e omaggiate in ben tre sue diverse opere. Già la sinossi di Django Unchained ricorda molto da vicino quella di Comin’ at ya! Un cowboy alla ricerca della sua donna ridotta in schiavitù e che, dopo esser stato da prima catturato, riesce a salvarla, con un finale dove si rivivono le stesse dinamiche,  l’eroe che condivide il cavallo con la propria amata accompagnato dalle esplosioni dei vari edifici. Per quanto riguarda le citazioni presenti in Kill Bill, non passa inosservata la scena del matrimonio interrotto tra H. H. Hart e Abilene con l’irruzione in chiesa dei fratelli Thompson, che viene ripresa, almeno stilisticamente, dal regista americano  quando ad avere la brutta sorpresa mentre indossa l’abito da sposa è Uma Thurman. Entrambi le scene sono in bianco e nero. Anche in The Eightfull Eight ci sono un paio di rimandi al film di Baldi. Il primo è quello dove Samuel Lee Jackson viene colpito in mezzo alle gambe da Jodi, rimettendoci i gioielli di famiglia, che è nascosto sotto il pavimento, è la stessa cosa che fa Hart, nel finale, ad un bandito ; l’altra scena è quella dove Daisy Domergue viene impiccata, l’inquadratura è ripresa dal basso verso l’alto, anche in questo caso ricorda quella dove Hart, mentre ha la peggio in una colluttazione, rischia di morire con il cappio al collo. Sempre tornando a Django Unchained, tutto il film è disseminato di piccoli riferimenti, scene riprese in soggetiva che fanno il verso a quelle girate nella pellicola qui presa in considerazione e che hanno al centro della scena la stessa oggettistica, come il sacco che si svuota, il coltello puntato al volto, o il mestolo per bere;  ma mentre nel film di Baldi questi oggetti avevano come scopo quello di aumentare l’esperienza 3D, nel film di Tarantino sembrano essere un semplice citazione.

Sulla scia del successo de I predatori dell’arca perduta e di tutti i film d’avventura che ne seguiranno, Anthony e Baldi nel 1983 torneranno a collaborare insieme per l’ultima volta con un altro film girato in 3D, Il tesoro delle quattro corone, dove in linea di massima si riproporranno le stesse dinamiche qui viste.

Regia: Ferdinando Baldi; Soggetto: Tony Anthony; Sceneggiatura: Tony Anthony, Wolf Lowenthal, Lloyd Battista, Gene Quintano; Produttore: Tony Anthony, Brud Talbot, Stan Torchia; Produttore esecutivo: Gene Quintano: Casa di produzione: C.A.U. Productions, Universum Film; Fotografia: Fernando Arribas; Montaggio: Franco Fraticelli; Effetti speciali: Goffredo Unger; Musiche: Carlo Savina; Scenografia: Luciano Spadoni; Costumi: Luciano Spadoni; Interpreti e personaggi: Tony Anthony – H.H. Hart; Gene Quintano – Pike; Victoria Abril – Abilene; Ricardo Palacios – Polk; Lewis Gordon; Luis Barboo; Charly Bravo; Joaquín Gómez.

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