La “nefasta” regia di un visionario, che mette in scena un autentico delirio sospeso fra cinematografia e teatralità.

“Accedere” all’interno di una “necropoli” rimanendo sperduti in essa … L’impatto emotivo dello spettatore viene così annullato, quasi inibito; Necropolis di Franco Brocani è un massiccio lavoro di contemplazione sperimentale, un’inammissibile “trasumanazione” riversata sul grande schermo, da un regista che vuole disgustare, contestare ed annichilire la figura dell’uomo, a scapito dell’essenzialità. Non sussistono spiegazioni, Necropolis va concepito come inaudita forma espressiva di un cinema inaccessibile che non può essere contestualizzato. Monologhi teatrali ed una scenografia tetra, quasi spettrale, compongono un film suddiviso in cinque accattivanti capitoli (Pasifae, Frankenstein, Il Diavolo, Attila e Montezuma, Erzsébet Bàthory), articolati da una coralità artistica di tutto rispetto: da Nicoletta Macchiavelli a Pierre Clementi, passando ad un maestoso Carmelo Bene ed epilogando con un accattivante Rada Rassimov.
Nella sua prosopopeica conduzione, Brocani cerca di dare una “definizione” al suo arzigogolato lavoro; Necropolis, privo di una linearità, viene visto come un vivace “corredo” di prese di coscienza, frammentato nella sua interezza. Un luogo di eccesso, in senso morale, dove la città della morte è anche la città della vita. Una cultura particolareggiata ed una “metropoli” fatiscente ma suadente al contempo stesso, sono il risultato di una perpetua sublimazione, un insieme di colpe “cristallizzate”, di espiazioni cumulative. Un’incredibile ricerca di un amore impossibile ma soprattutto di un’utopia “esistenziale”.
Un’ossessiva esposizione della spiritualità, per mano di un regista che vuole “mettere a nudo” l’introspezione del singolo. Come stato detto precedentemente, Necropolis di Brocani è un film che non può avere proseliti, ma che “graffia” visceralmente, scuotendo a suo modo lo spettatore. Brocani si fa carico di questa terribile trasposizione cinematografica, lasciando quasi libero arbitrio, a degli interpreti inusuali ma puri. Il genio e la vergogna “avanzano” parallelamente nel film; l’arte del disgusto “offerto” in un controverso psicodramma che inasprisce ma al contempo stesso incuriosisce. Da ex critico cinematografico, fondando il tutto su stravaganti nozioni, Franco Brocani diventa così un medio fautore di quel cinema impegnato anni Settanta mai dimenticato. Oscenità e teatralità, mera arte registica, sono tutti i fondamenti ai quali Brocani si “appella” per condurre Necropolis. Lo spettatore abdica dalla sobrietà, “accogliendo” a sé, l’insensata concezione di un cinema sperimentale, mostrato nella sua interezza.

Necropolis è avanguardia, è lo “sguardo” nichilistico di un regista che trae “giovamento” dall’impossibilità. La totale sublimazione artistica che non bada e forse annulla la forma; la logicità viene sovvertita dall’inizio alla fine e le immagini vengono mostrate in modo quasi surrealistico, con una “cultura visuale” decisamente innovativa. Brocani è l’archetipo anti-generazionale; non ha definizione o una chiara valenza sia nell’apparato cinematografico sia in quello prettamente politico. Detto questo Necropolis va considerata come la massima espressione “esteriore ed interiore” dello stesso Brocani.
Memorie remote provenienti da un altrove a noi ancora sconosciuto …

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Regia: Franco Brocani; Soggetto: Franco Brocani; Sceneggiatura: Franco Brocani; Interpreti: Luis Waldon (barbaro), Bruno Corazzari (Frankenstein), Nicoletta Machiavelli (la “Gioconda”), Mimmo Scicchitano (filosofo), Tina Aumont (strega), Carmelo Bene (diavolo), Aldo Mondino (Montezuma), Pierre Clémenti (Attila), Viva Auder (Marline, la contessa sanguinaria), Paolo Graziosi (Jean), Paul Jabar (Eliogabalo), Eva Krampen (Arianna), Paul Fabara; Fotografia: Ivan Stoinov, Franco Lecca; Musica: Gavin Brjars; Scenografia: Peter Stiefel; Montaggio: Maria Ludovica Barbani; Produzione: Cosmoseion, Q Productions; censura: 56570 del 09-09-1970.

Recensione di Alessio giuffrida