Drammatico

I MAGLIARI (1959) di Francesco Rosi – recensione del film

Attenzione: contiene spoiler. “Un omme sinn’o portafoglio nun è un omme”. Quando Don Raffaele Tramontana, capo dei magliari di Hannover, sputa, con disprezzo, questa frase in faccia a Ferdinando Magliulo, detto Totonno, i giochi sono fatti e il destino drammatico dei protagonisti è già segnato. Tutto inizia quando Mario Balducci, giovane emigrato toscano in Germania, alla fine degli anni cinquanta, senza lavoro e senza soldi, sta cercando disperatamente una occupazione che gli permetta di superare questo momento critico della sua vita. Tra le strade fredde ed ostili di Hannover si imbatte in Totonno, romano, e nei suoi amici napoletani che lavorano, ai limiti della legalità, come venditori porta a porta di stoffe, spesso spacciando per merce pregiata manufatti di bassa qualità. Per disperazione e allettato dai sostanziosi e facili guadagni, Mario si aggrega al gruppo di piazzisti ed impara da Totonno i rudimenti del mestiere. Nella Germania del dopoguerra che cresce economicamente in maniera vorticosa non è difficile raccogliere qualche briciola del lauto banchetto e fare “la bella vita”. Totonno è scaltro, spregiudicato e dimostra al giovane compagno, più volte, come sia facile imbrogliare i malcapitati e sprovveduti compratori. Decide e convince i suoi amici napoletani ad abbandonare Hannover e il capo dei magliari locali, don Raffaele, per trasferirsi, con Mario, ad Amburgo dove viene trovato miglior accordo commerciale con l’imprenditore tedesco Mayer. Il lavoro è sempre quello, da magliari, ma più redditizio e appagante. Ad Amburgo, però, cominciano i guai. Ogni mattina i venditori trovano le auto con le gomme bucate da coltelli; Mario intreccia una relazione amorosa con Paula, moglie di Mayer, della quale si innamora perdutamente. L’ennesima lesione alle auto e la seguente breve indagine rivela agli italiani di avere come nemico giurato un gruppo di polacchi , venditori di stoffa prima di loro e ora concorrenti senza scrupoli. Non c’è possibilità di accordo e le parti si confrontano con bastoni, coltelli e una pistola fino a che l’intervento della polizia mette in fuga tutti. Ora ci vuole denaro per comperare la pace con i polacchi. Totonno fa pressione a Mario per ottenerlo, con un misero ricatto, dalla moglie di Mayer, ma i destini sono ormai segnati. Nel drammatico finale i magliari ritornano da don Raffaele che spartisce la piazza di Amburgo con il tedesco Mayer; Totonno viene cacciato dal gruppo e Mario, pur protetto da Paula, rinuncia all’amore e alla vita di espedienti per tornare in Italia. Dopo aver presentato a Venezia, nel 1958, il suo primo lungometraggio “La sfida” in cui è affrontata la tematica della criminalità napoletana, Francesco Rosi è alla ricerca di un soggetto per continuare il lavoro di approfondimento dei problemi sociali legati alla criminalità; in questo periodo vengono gettate le fondamenta che gli consentiranno di affrontare, con sempre maggior energia, gli stilemi cari alla sua futura filmografia rivolta al cinema di impegno civile e denuncia sociale. “I magliari” è opera seconda. Rosi prepara il film con cura, metodo e frequenta, per un certo periodo, i veri magliari, sorta di venditori di stoffe provenienti dalla periferia di Napoli. Leggenda vuole che fossero truffatori che spacciavano carta per stoffa e che avessero venduto in Giappone carta velina come seta giapponese. Non delinquenti, ma imbroglioni per sopravvivere. L’idea di girare questo film nasce con Suso Cecchi D’Amico, già sceneggiatrice della “Sfida”, con cui si recò in Germania, e con Giuseppe Patroni Griffi. Tutto il set si ispira ai magliari veri che in terra tedesca trovano fortuna, qualche volta si fanno raggiungere dalla famiglia e, spesso, vivono tutta la vita in quella terra. Emigrati sui generis che nulla hanno a che spartire con le difficoltà economiche degli emigrati emarginati dal lavoro duro e dalle resistenze autoctone verso gli stranieri. Il regista riesce a sottolineare, con perizia, molti elementi che, ancora oggi, fanno discutere. C’è la storia dell’Italia che, pur in pieno boom economico, non riesce a rispondere alle esigenze di lavoro per tutti. C’è la voglia di riscatto, poi nel film delusa, di chi cerca fortuna con l’emigrazione. C’è la rituale criticità ad integrarsi, anche se qui il gruppo dei magliari è compatto e sembra compiacersi nel non diventare parte integrante della comunità che lo accoglie. Ci sono, infine, tutte le solitudini, le tristezze e le incertezze di chi, lontano dalla propria casa, deve costruirsi la vita in un paese non ospitale per lo straniero. Non stiamo parlando, come detto, di emigranti tradizionali e su questo Rosi lavora molto bene. I personaggi non sono qui per socializzare, ma per fare soldi facili, per vivere la miglior vita possibile, anche a costo dell’imbroglio. Un manipolo di persone alleate contro i rivali polacchi e contro i tedeschi da spennare nella consolidata italica arte dell’arrangiarsi. La critica non accoglie il film con completo favore, con il pubblico va meglio. Vi era una certa attesa, dopo “La sfida”, che il regista continuasse e, viepiù, accentuasse il tono drammatico e il messaggio di denuncia sociale appena iniziato. Sconta qualche calo di tensione e di ritmo nella messa in scena. Forse, nelle sue intenzioni, c’è il desiderio di realizzare un film drammatico, ma la scelta di Alberto Sordi quale protagonista, dopo il diniego di Mastroianni per altri impegni, non permette di metterlo in pratica completamente. Sordi, nel 1959, è una stella di prima grandezza; attore poliedrico che riesce, in quell’anno, ad interpretare ben 10 pellicole, quasi sempre da protagonista. Ricordiamo, tra le altre, “Il moralista”, “Costa azzurra”, il pluripremiato “La grande guerra” e “Il vedovo”. Dunque Rosi deve fare i conti con la popolarità dell’attore che attrae spettatori e, soprattutto, utilizza al meglio la sua versatilità e il suo istrionismo nell’interpretare il ruolo non sempre conforme ai canoni del copione. Il regista napoletano ne rimane stregato e lascia l’attore libero di far emergere nel personaggio toni drammatici e sfumature grottesche o comiche. Talvolta, scena del cimitero e balli/balletti, porta il risultato all’eccesso, oltre le intenzioni. Rosi lascia fare e, anzi, lo incoraggia. Non succederà più per gli attori che dirigerà nel futuro. Oggi, a film rivalutato da critica e pubblico, possiamo dire che questa commistione di linguaggi nella messa in scena, esalta le capacità e il talento di Sordi oltre alla bravura di Rosi, pur alle prime armi. Alter ego di Sordi è Renato Salvatori, Mario, che, dopo il “Poveri ma belli”(1957) di Risi e “I soliti ignoti”(1958) di Monicelli, interpreta il suo primo ruolo drammatico che lo proietta, meritatamente, anche nel cinema autoriale. Tra i tanti film della sua carriera non possiamo dimenticare il ruolo di Simone in “Rocco e i suoi fratelli”(1960) di Visconti, “I compagni”(1963) di Monicelli e “La banda Casaroli”(1962) di Florestano Vancini. Ne “I magliari” è il giovane operaio, prima deluso dalla vita, poi accondiscendente alle regole truccate del gioco ed infine capace di fare una scelta nobile. Vengono, così, esaltate le doti di recitazione. Anche Belinda Lee nel ruolo di Paula, moglie dell’imprenditore tedesco Mayer, spicca per originalità e qualità interpretativa. Nel film è la povera ragazza divenuta ricca grazie alla sua bellezza e al matrimonio. Non è capace, alla prova dei sentimenti, di lasciare i suoi privilegi per l’amore di Mario. Di lei ricordiamo la particolare postura quando indossa la pelliccia e la sensualità nelle scene con Renato Salvatori. Nella vita fu compagna del regista di molti mondo-movie Gualtiero Jacopetti e morì nel 1961, in California, in un tragico incidente d’auto dove, a bordo, c’era lo stesso Jacopetti. Alla fine, di questo mondo sovraesposto e crudele, rimangono solo gli ambulanti che passano la giornata per cercare di vendere al meglio i lotti di stoffa dozzinale nella città perduta dal consumismo in arrivo. Né “il buono”, Marcello, né “il cattivo” Totonno trovano la rassegnazione alla loro condizione, solo l’oblio delle loro povere vite può salvarli. Il finale, diversamente da altri film dello stesso regista, non è completamente negativo; per Mario viene lasciato aperta l’occasione per il riscatto in Italia. Rosi apprezzò moltissimo la fotografia di Gianni Di Venanzo, innovativa, nitida e molto personale. Rosi racconta che Di Venanzo smontava le lampade vere delle vie cittadine dove si girava e metteva, al posto, le sue lampade da set. Poca luce, poche lampade, tante invenzioni. “I magliari” non rimarrà nella Storia del cinema come miglior film di Rosi, ma è imprescindibile per capire lo sviluppo della sua carriera autoriale. Da questa pellicola, esperimento rivolto ad elaborare codici filmici non solo drammatici e sociali, emerge già tutto l’humus che scopriremo via via nelle grandi opere che seguiranno. Chi ha già negli occhi tutta o parte della filmografia del maestro Rosi, può apprezzare nella visione di questo lavoro, i prodromi del grande successo e dell’impegno sociale futuro. Ricordiamo, infine, Francesco Rosi, aiuto regista, all’inizio della sua carriera, di grandi maestri come Visconti, Emmer, Matarazzo, Monicelli e Antonioni. Paladino poi del cinema di denuncia sociale, diresse film che sono parte della storia del Cinema italiano: “Salvatore Giuliano”, “Le mani sulla città”, “Uomini contro”, ”Il caso Mattei”, ”Cadaveri eccellenti”, ”Cristo si è fermato a Eboli”, ”Dimenticare Palermo” e tanti altri. Onore a un grande italiano. Note: “I magliari” ottenne il Nastro d’argento nel 1960 -migliore fotografia a Gianni Di Venanzo -Nomination per “migliore musica” a Piero Piccioni. La pellicola fu restaurata a cura della Cineteca del Comune di Bologna e dal Museo del Cinema di Torino nel 2009. La versione restaurata fu proiettata nel 2009 alla 66^ Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia. L’attore Carmine Ippolito, ruolo del boss don Raffaele Tramontano, è doppiato da Aldo Giuffrè. Poiché Giuffrè è anche interprete nel film nel ruolo di uno dei magliari napoletani, viene doppiato a sua volta dal fratelo Carlo Giuffrè. La censura mise il divieto alla visione ai minori di anni 16 per la distribuzione nelle sale nel 1959.

i magliari locandina

Regia: Francesco Rosi Soggetto: Suso Cecchi D’Amico, Francesco Rosi Sceneggiatura: Francesco Rosi, Suso Cecchi D’Amico, Giuseppe Patroni Griffi Interpreti: Alberto Sordi (Totò, detto “Totonno”), Belinda Lee (Paula Mayer), Renato Salvatori (Mario Balducci), Nino Vingelli (Vincenzo), Aldo Giuffrè (Armando), Linda Vandal (Frida), Aldo Bufi Landi (“Rodolfo Valentino”), Nino Di Napoli (Ciro), Carmine Ippolito (don Raffaele Tramontana), Pasquale Cennamo (don Gennaro), Josef Dahmen (Mayer), Salvatore Cafiero, Ubaldo Granata, Else Knott, Antonio La Raina Fotografia: Gianni Di Venanzo Musica: Piero Piccioni Costumi: Graziella Urbinati Montaggio: Mario Serandrei Suono: Kurt Doubrawsky Produzione: Titanus, Vides, S.G.C., Paris Distribuzione: Titanus censura: 30244 del 12-09-1959

Recensione a cura di: Dino Marin

Categorie:Drammatico, Noir

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