ATTENZIONE CONTIENE SPOILER “c’è sempre più verità in una lettera anonima che in un proverbio cinese”. Il commissario Pepe è il capo del commissariato di Polizia di una piccola città della provincia veneta, alla fine degli anni sessanta. Pur non essendo originario della zona, Pepe èallineato alla vita della popolazione che vi risiede. E’ uomo colto, intelligente, disincantato e di sinistra quanto basta. Integerrimo ed onesto, gestisce con un po’ di noia e buonsenso la routine che lo circonda, dividendosi tra lavoro, letture e una relazione non ufficiale con Matilde che vede, periodicamente, di nascosto. Il sonnolento tran tran viene risvegliato da una serie di lettere anonime pervenute negli ultimi tempi con regolarità maniacale. Mettono in luce vizi, depravazioni e debolezze sessuali di molti cittadini considerati integerremi e di rettitudine morale. Si sospetta che le missive diffamatorie siano inviate da Nicola Parigi, un invalido che ha perso l’uso delle gambe nella seconda guerra mondiale. Pieno di rancore, si aggira per le vie del paese con la sua carrozzina, bestemmiando e inveendo contro i passanti. L’indagine preliminare viene affidata al vice commissario che prepara un fascicolo alla attenzione successiva di Pepe. Il commissario ha, così, sul tavolo, lo screening morale della città,occhio indiscreto sulla vita di tanti nomi noti e meno noti E’ un’esplorazione sul buoncostume, anzi sul malcostume, come lo lui lo definisce. Questa inchiesta non lo appassiona,ma decide di svolgerla da solo, caso per caso, porta per porta. Dal corposo numero di microindagini sulla piccola e media borghesia locale, emergono i tasselli del grottesco puzzle che si va formando: -la coppia titolare di una pensione che affitta le stanze per incontri amorosi occasionali; -la figlia minorenne del prefetto che si prostituisce con clienti di alto lignaggio per mantenere il fidanzato protettore; -la non più giovanissima ex manicure che vive, nella sua casa, con undici studenti. Costoro le pagano, ogni mese, vitto, alloggio con conforto sessuale incluso; -Il preside del locale liceo e lo stimato primaria della clinica dediti ad attenzioni troppo particolari verso giovani dello stesso sesso; -la contessa che organizza baccanali e orge a pagamento nella sua magnifica villa; -la sorella del vice commissario che si prostituisce per noia e denaro; -la suora del convento che ha rapporti viziosi con le proprie allieve; -la fidanzata del commissario Pepe che, periodicamente, si reca a Milano dove posa per fotografie pornografiche. Il quadro è completo e, a Pepe, non resta che presentare tutto il lavoro svolto ai superiori uffici per il seguito dell’inchiesta. Il questore, interpellato, con franco cinismo, lo invita a depennare dall’elenco e dal giudizio della Legge, tutte le persone di rango, di chiesa e di rilevanza borghese. Tornato a casa, dopo un coraggioso esame di coscienza, il commissario decide di bruciare nel caminetto il faldone dei “tutti incolpevoli, tutti virtuosi” e chiedere il trasferimento ad altro incarico in altro luogo. Nell’ultima soggettiva guarda, sardonico, verso lo spettatore confuso chiedendogli: “Perché, voi siete tutti leoni?”. Tratto dall’omonimo romanzo del 1965 di Ugo Facco De Lagarda, “Il Commissario Pepe” diventa un film diretto da Ettore Scola nel 1969. Il tema della provincia e della crisi della borghesia, alla ricerca del “comune senso del pudore”, avevano già coinvolto altri registi. Uno per tutti Pietro Germi che, nel 1965, gira “Signore e signori”, pungente e mirabile compendio di satira sulla provincia veneta. Il film vinse, meritatamente, la palma d’oro a Cannes nello stesso anno. Scola non segue lo stesso percorso di denuncia da commedia di genere,preferisce affidare all’ indagine di un commissario di polizia la ricerca delle debolezze sessuali e dei vizi considerati, all’epoca, passibili di condanna penale. Indagine morale che sarà da Dino Risi, nel suo”In nome del popolo italiano” del 1971, allargata alla scoperta di tanto malcostume corruttivo della classe imprenditrice. L’Italia della narrazione scoliana proviene dal boom economico, ormai solo un ricordo, e si affaccia al periodo storico delle contestazioni studentesche ed operaie. Tutto viene rimesso in discussione. La classe proletaria e quella borghese si fronteggiano per delineare nuovi perimetri di confronto sul fronte del lavoro, dei rapporti sociali, della cultura. Nelle province di questa terra, in parte ancora agricole per mentalità e struttura,i valori fondanti sono casa,lavoro, chiesa e democrazia cristiana. Dal 1968 si comincia a ragionare di diritti e di doveri, di conformismo e libertà. Anche i novelli tentativi di emancipazione sessuale si fondano sul superamento della crisi tra generazioni su cui si fondava il potere opprimente della chiesa e l’utilizzo del peccato e dei sensi di colpa relativi. Il cinema non poteva esimersi dall’affrontare questi temi, fatta salva l’ipocrita censura e la scarsa tolleranza del potere politico dell’epoca, inginocchiato ai stigmatizzanti precetti clericali. Scola, con disincanto e coraggio, prova a frequentare, con il cinema, questi argomenti tabù. In questa pellicola rinnega, parzialmente, i canoni della commedia all’italiana e accentua gli elementi dell’indagine, della cronaca, della denuncia.Nessuna comicità e poco humour; prevale la registrazione, amara e dolente, della cronaca dei tanti vizi privati e di nessuna pubblica virtù. La messa in scena è , per certi versi,quella di un film a episodi che focalizza, di volta in volta, le indagini del commissario. I passaggi principali sono intervallati, ad intermezzo gustoso, dagli opportuni interventi degli attori coprotagonisti. L’agente Cariddi, la vecchia governante di casa Pepe, il ringhioso mutilato Parigi, i richiami televisi alla tragedia del Biafra, la lettura televisiva di una poesia a cura di Giuseppe Ungaretti, le proteste degli studenti con i cartelli raffiguranti Mao e Che Guevara o le immagini del sacrificio di Ian Palach, giovane studente cecoslovacco che si dà fuoco per protestare contro l’invasione sovietica del suo pase, sono gli inserti preziosi a contorno della squallida vicenda sessuale, intreccio centrale del film. Ugo Tognazzi è il bravissimo protagonista del film. Ruolo azzeccato del commissario che vuole essere figura anonima, elemento estraneo nella città da cui, alla fine, si espelle per sconfitta ed inerzia. Occhiali scuri, sigaretta mai fumata in bocca, sornione e disilluso, è il rappresentante consapevole dell’incapacità del fallimento della generazione che rappresenta. I baby boomers a venire raccoglieranno quel disastro,ma non sapranno fare meglio. Pepe apprezza la vita sonnacchiosa della città, ne conosce i piccoli grandi vizi e non sa reagire alla chiamata del dovere di far rispettare la legge. Lo spettatore ne sente il disagio, non ci sta a mettersi nei suoi panni e non apprezza né difende la scelta finale di arrendersi. Tutti gli episodi vengono trattati senza nessuna volgarità , la materia si presterebbe a rozze triviliatà, ma, con mestiere, la mdp di Scola affronta, con metodica e giornalistica attenzione, tutti gli argomenti scabrosi. Non c’è nessuna grossolanità, nessuna sguaiataggine, solo raffinata documentazione tra le mani sicure e mai pruriginose del regista di Trevico. La sceneggiatura è dello stesso Scola e di Ruggero Maccari, apprezzatissima la colonna sonora di Riz Ortolani e theme music che non si scorda più. Il cast è formato da ottimi attori coprotagonisti che sostengono i ruoli con personalità e mestiere. Tra tutti emergono Tano Cimarosa, agente caricatura e spalla del commissario, Giuseppe Maffioli, il mutilato delatore e la bellissima Silvia Dionisio, la figlia del prefetto. Originali alcune scelte della messa in scena tra le quali l’uso del teleobiettivo indagatore che segue i passanti incrociati da Pepe per la strada, forse tutti colpevoli di qualcosa e gli intelligenti flash forward che interrompono le sequenze per raccontare eventi del futuro, frutto della fantasia contorta del commissario. Nell’incipit la voce narrante dello stesso Tognazzi illude lo spettatore ad una visione confortante:”La nostra è una città tranquilla, dedita al lavoro e alla famiglia. 25 fabbriche, tra grandi e piccole. Ogni tanto c’è qualche sciopero, qualche comizio, ma senza compromettere l’ordine pubblico: discorsi infuocati, vibrate proteste, qualche applauso e tutto resta come prima. I padroni restano i padroni e gli operai restano operai. La nostra è una città cattolica. 34 chiese, sempre tra grandi e piccole: la nostra è una città che si fa il segno della croce”. Tutte bugie, tutto falso perché ,in pochi anni, dal dopoguerra,l’Italia è già cambiata.La difesa anacronistica di quel mondo bigotto e conservatore è spazzata dal vento fresco della modernità, rivoluzione sessuale compresa. Scola non si nasconde dietro l’argomento della sessualità per non affrontare tutte le altre questioni in capo a quella società. E’ vero il contrario poiché parte da un argomento di costume ben nucleizzato per allargare lo spettro della denuncia a tutto il contesto sistemico. La modernità del film, al netto del superamento di quel comune senso del pudore che sconfinava nel reato penale, è l’eterno confronto tra le generazioni, tra il decadente perbenismo e l’ironico modernismo. Il commissario ne intuisce l’importanza grazie alle immagini della televisione, ma è incapace di tradurla in azione comportamentale. E’ schiacciato dalla quotidianità e dalla forza di persuasione del potere. La spazzatura sociale non viene nascosta sotto il tappeto anche se manca il castigo. La denuncia emerge per il giudizio dello spettatore, non coperta questa volta dall’oblio istituzionale. Per questi motivi e per ammirare l’ennesima prova di cinema di genere di Ettore Scola, è un film da non perdere, da vedere ed apprezzare con interesse e passione, soprattutto ai giorni nostri, con un leggero sorriso dedicato al sesso di fine anni sessanta.

il commissario pepe locandina

Regia: Ettore Scola Soggetto: opera, Ruggero Maccari, Ettore Scola, Ugo Facco De Lagarda Sceneggiatura: Ruggero Maccari, Ettore Scola Interpreti: Ugo Tognazzi (commissano Antonio Pepe), Silvia Dionisio (Silvia), Gaetano Cimarosa(agente Cariddi), Giuseppe Maffioli (mutilato), Marianne Comtell (Matilde), Dana Ghia (suor Clementina), Elsa Vazzoler (vecchia prostituta), Véronique Vendell (Maristella), Elena Persiani (contessa Norma), Gino Santercole(Oreste), Rita Calderoni, Giorgio Casanova, Antonio Cazzola, Anna Gaboardo, Achille Girotto, Araldo Geremia, Virgilio Scapin, Anacleto Lucangeli, Ampelio Sommacampagna, Umberto Simonetta, Pippo Starnazza, Mirko Vucetich, Giovanni Venezia, Michele Capnist, Paola Natale Fotografia: Claudio Cirillo Musica: Armando Trovajoli Costumi: Gianni Polidori Scenografia: Gianni Polidori Montaggio: Tatiana Casini [Tatiana Morigi Casini] Suono: Vittorio Massi Produzione: Dean Film, Juppiter Generale Cinematografica Distribuzione: Titanus censura: 54553 del 16-09-1969

Recensione a cura di: Dino Marin