Nel 2003 subii una grave perdita e cominciai a vagare. Trovai in Roma una meta elettiva, un’ancora alle mie insicurezze che mi avrebbero, altrimenti, trascinato chissà dove…oltre il finestrino del treno, mi passavano veloci davanti agli occhi i palazzi anneriti della periferia, il dopolavoro ferroviario, le pareti graffitate dei cavalcavia; immaginavo, dietro alle finestre dei caseggiati, tante storie di persone che mai avrei conosciuto…piccoli e grandi dolori, come il mio. E questo mi faceva stare bene. Roma mi accoglieva cosí. Scendevo alla Stazione Termini e mi perdevo nel labirinto di vie della Capitale, senza una meta, respirando smog, confusione, indifferenza. Era bello non pensare, bello che nessuno mi chiedesse come stavo…l’essere indifferente al mondo circostante mi inebriava al punto che avevo la sensazione di galleggiare al di sopra dei problemi, leggero…in trepida attesa che qualcosa di bello potesse succedermi. E poi Roma, per me, voleva dire Cinema. Fu in quel periodo che conobbi Gianni Siragusa. Andavamo a pranzo in quella specie di porto metropolitano che era il ristorante “Da Lorenzo”, vicino alla stazione: mangiavamo, lui mi parlava di cinema, io ascoltavo e ,spesso, pagavo. Il pranzo, sempre, si concludeva con le pesche affogate nel vino bianco. Gianni non era un grande regista, ma come segretario di edizione aveva lavorato nel cinema che conta ed era prodigo di aneddoti. Un giorno, mi portò a San Giovanni e mi presentò Luigi De Maria. Questo De Maria, che già allora veleggiava fra gli 80 e i 90, passava le sue giornate in uno scantinato di una piccola via persa tra alte file di palazzi, antichi. Arrivava verso le 8, annunciato da dense nuvole di smog del suo scarburato “Squalo” e restava fino a sera, in quel seminterrato che un tempo doveva essere stato uno stabilimento di sviluppo e stampa. Cominciai a frequentarlo con una certa regolarità…prendevo il treno da Terni al mattino e andavo da lui, per poi tornare a casa verso metà pomeriggio. Mi raccontava del suo unico film da regista, “Il professor Matusa e i suoi hippies“…di quando Totò lo chiamava ” o guaglione” e di “La pelle sotto gli artigli“, il film di Santini dove era direttore della fotografia…lí c’era Genevieve Audrey che, a suo dire, era un ottimo pilota e guidava auto sportive. Luigi, il Matusa, era di Napoli e gli piaceva raccontare, e che io ascoltassi. In silenzio. Forse mi vedeva un po’ come un nipote e io trovai in lui quasi una figura, abbondantemente vista la sua età, paterna. Mi piaceva l’odore di polvere, il senso di abbandono di quel luogo, mi sentivo quasi un topo che si muove in sotterranei inesplorati…curioso e affamato. Poi, accatastate in una parte di quel limbo spazio-temporale, c’erano centinaia di pellicole nelle loro polverose custodie…con piccole etichette a ricordarne l’identità; molti erano documentari da lui stesso diretti…sul Vesuvio,o sui resti di Pompei. Ma mi ricordo anche titoli di Bergonzelli, Polselli, Garrone, Pannacciò. Tutta gente dell’entourage di De Maria, evidentemente. Che in quello scantinato, oltre a vivere di ricordi sopiti e quasi catacombali, si era anche improvvisato inventore. Creava. Mi fece vedere una sua “macchina per cuocere la pasta” e altre stramberie che mai dimenticherò. L’ultima volta che gli feci visita, mi consegnò un inedito di Gianni intitolato “Una notte di terrore“, facendomi promettere che l’avrei visionato e poi riconsegnato. Lo promisi solennemente: era il nucleo centrale di quello che, in seguito, sarebbe divenuto “Anxiety“…un capolavoro di assoluta bruttezza. Però, proprio per questo, prezioso. Qualche settimana dopo, Luigi morí e io non ebbi mai modo di restituirgli quella copia lavoro. A volte, quando torno a Roma e mi perdo ancora nel suo caotico disordine…ma senza quel senso di disperata spensieratezza del 2003…mentre cammino tra la gente distratta e indaffarata, penso al maestro De Maria, a dove sia ora e a che fine abbiano fatto quelle pizze impolverate e dimenticate; penso che Giggino è in paradiso, un paradiso caotico di folli inventori, o un divertente inferno coi colori abbaglianti del cinema. Chissà se qualcuno si è preoccupato di salvare dall’oblio quelle pellicole, o se giacciono ancora nel buio, abbandonate. E vago, oggi come quindici anni fa. Perso nei miei pensieri, sotto le alte finestre che mi scrutano come occhi, davanti agli androni dei vecchi palazzi, come bocche nere spalancate…

Articolo di Massimo Bianchi