Spaghetti Western

YANKEE – L’americano (1966) di Tinto Brass – recensione del film

Nel 1966 Tinto Brass si cimenta con lo spaghetti-western, genere che va per la maggiore e che riempie le sale di seconda visione. Ne viene fuori un prodotto insolito, che si caratterizza per il rispetto delle convenzioni western, ma anche per uno stile personale che sperimenta un nuovo linguaggio. La trama non presenta grande originalità. Il Grande Concho (Celi) è il capo di una banda di fuorilegge che semina il terrore in una città del confine messicano. Yankee (Leroy) è un cacciatore di taglie che prima cerca di accordarsi con Concho, ma visto che non ci riesce massacra la banda e uccide il bandito in un duello finale, intascando come compenso il bottino di una rapina. Niente di nuovo sotto il sole. Si tratta del solito western visto mille volte, in salsa italiana e statunitense, con precisi riferimenti allo stile di Sergio Leone e che cita persino le colonne sonore composte da Ennio Morricone. Il film dà il meglio di sé e merita ancora oggi la visione per invenzioni tecniche, musica, fotografia e alcune inquadrature insolite. Per esempio Philippe Leroy è ripreso spesso dall’alto verso il basso e lo spettatore vede in primo piano il cappello al posto del volto. Il regista regala numerosi primissimi piani, dettagli di occhi, speroni, bocche, denti guasti, risate sgangherate, persino seni e gambe di ragazze, elementi atipici per un western. La lezione di Sergio Leone è ben assimilata, ma Brass va oltre e sperimenta nuove forme di comunicazione visiva, contaminando il cinema con il fumetto e inserendo una narrazione insolita composta di ideogrammi. Sono frequenti le riprese contro sole, sfocate volute su tramonti rosso fuoco e ottime sequenze a cavallo lungo canyon, vallate, deserti polverosi e corsi di fiumi. La macchina da presa insiste sulla tortura di uno scorpione bruciato e vediamo addirittura gli schizzi della terra sull’obiettivo. Il vento che soffia e il caldo appiccicoso rappresentano elementi di realismo desunti dalla lezione di Leone e di Sollima, veri maestri del genere. Non mancano le scene convenzionali di sparatorie al saloon, nel negozio del barbiere, tra le rocce dei canyon e nei conventi abbandonati. Brass rivisita tutto con la sua tecnica e inserisce dettagli sperimentali che rappresentano un vero e proprio marchio d’autore. Il regista è attento ai particolari, non dà niente per scontato e realizza una pellicola tecnicamente immune da difetti. La colonna sonora è composta da un ispirato Nini Rosso che sfodera la sua magica tromba per dare vigore alle scene più importanti. I due attori protagonisti sono molto bravi, sia Adolfo Celi nella parte del sadico Concho che Philippe Leroy come pistolero solitario senza macchia e senza paura. Mirella Martin è un’attrice bella e sensuale della quale non sentiremo più parlare, ma in questo film mostra il meglio di sé in un paio di sequenze che Brass gira con la perizia del futuro regista erotico. La sua interpretazione inserisce un modesto elemento sexy, insolito nel genere, anche se le sequenze erotiche sono appena accennate. Mirella Martin la vediamo seminuda mentre fa il bagno, quindi si lascia rapire e baciare da Yankee, per finire uccisa dal geloso Concho dopo la cattura dello straniero. Brass sfodera alcuni elementi di sadismo che si trovano in molti western all’italiana, ma che saranno banditi dalla sua produzione futura. Le brevi concessioni erotiche sono malsane e rappresentano forzature nei confronti di una donna non consenziente che muore per essere stata violentata. Brass regala alcune trovate fumettistiche che vanno dai volti dei banditi disegnati sulle taglie per finire alle pistole estratte da un grande disegno che raffigura Yankee. Molto riuscita la scena da classico western con l’assalto al convoglio che trasporta oro, ma anche il successivo duello all’ultimo sangue tra Celi e Leroy. Muore il cattivo, come da copione western che si rispetti. “Il gioco è fatto e il banco è saltato”, mormora Yankee. Originale e insolita la trovata finale con la macchina da presa che inquadra un cercatore d’oro nell’atto di setacciare il greto di un fiume. La parola fine campeggia proprio mentre esce fuori dall’acqua un dollaro d’oro. Tinto Brass disconosce Yankee, che supera qualche problema di censura e non viene distribuito come era stato pensato dal regista. Brass ricorda il film nella citata intervista rilasciata a Bruschini e Tentori per Amarcord: “Il western, come l’avevo concepito io, che poi quello che è uscito non era esattamente il mio, perché ho ritirato la firma quando ho litigato con i produttori, era un film a ideogrammi, nelle intenzioni, come nella scrittura cinese, e cioè un segno stava a indicare un concetto. Poi ci fu la baruffa col produttore che ci ha sbattuto fuori: si vedevano i dettagli, la Colt, lo sperone, e questo lasciò tutti sconcertati, perché cercavo di tradurre la tavola dei fumetti sullo schermo, operazione che ho poi ripreso in Col cuore in gola”. Non è condivisibile il giudizio di Marco Giusti, quando parla di delirio a proposito di un film che è soltanto un buon western fuori dagli schemi convenzionali. Il Morandini, invece, racconta la trama di un film che non ha visto perché parla di un patto tra Yankee e il Concho, persino di un successivo tradimento, ma, forse per giustificarsi, aggiunge che il film è uno dei 46 spaghetti-western del 1966. Mica li poteva vedere tutti… Si nota che parla per sentito dire anche dal rimanente giudizio, perché Yankee non ha molto della pretesa pop art surrealistica e pure il montaggio non è così frantumato. Condividiamo il giudizio sull’ottima fotografia di Alfio Contini, vero mago delle luci. Il Mereghetti regala al film ben due stelle e un giudizio lusinghiero: “Il risultato finale è un ibrido tra le ambizioni del regista e le imposizioni della produzione, ma non privo di fascino, soprattutto per le suggestioni pittoriche (Dalì, De Chirico) che fanno capolino tra le immagini”. Yankee è un film solo per metà di Tinto Brass, perché se la produzione lo avesse lasciato libero di completare il montaggio forse avremmo visto qualcosa di diverso e il taglio fumettistico sarebbe stato accentuato. Basti ricordare alcune inquadrature con i due antagonisti che si guardano in cagnesco e vengono ripresi ai lati della pellicola, come se dovessero finire nella tavola di un albo a fumetti. Si tratta di pochi elementi che avrebbero dovuto contribuire a comporre un lavoro tecnicamente anticipatore del successivo Col cuore in gola.

yankee locandina

Regia e Soggetto: Tinto Brass. Sceneggiatura: Tinto Brass, Alberto Silvestri e Giancarlo Fusco (dialoghi). Fotografia: Alfio Contini. Musica: Nini Rosso. Montaggio: Tinto Brass e Juan Oliver. Scenografia: Juan Alberto Soler. Arredamento e Costumi: Giulia Mafai. Produzione: Antonio Lucatelli e Francesco Giorgi per Tigielle 33 (Roma) e Producciones Cinematograficas Balcazar (Barcellona). Distribuzione: International Film Company. Interpreti: Philippe Leroy, Adolfo Celi, Mirella Martin, Jacques Herlin, Tomas Torres, Paco Sanz, Franco De Rosa, Pasquale Basile, Giorgio Bret Schneider, Tomas Milton, Antonio Basile, Osiride Peverello, Enriqueta Senalada, Cesar Ojinaga, Victor Israel, José Jalufi e Valentino Macchi.

Recensione di Gordiano Lupi

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