Giallo/Thriller

REAZIONE A CATENA – ECOLOGIA DEL DELITTO (1971) di Mario Bava – recensione del film

Scrivo subito le cinque cose che di questo film non mi piacciono: 1) Una sceneggiatura esile più di un giunco ( anche se la metafora entomologica degli uomini come insetti va sottolineata e salvata come potente manifesto kafkiano dell’autore e ne è conferma la sequenza che segue la morte della mosca invisibile nel prologo del film ); 2) Approfondimento psicologico dei personaggi inconsistente, tutti ed indistintamente mossi alla violenza dalla stessa motivazione, ossia il danaro/ l’eredità; 3) Effetti splatter insopportabili alla mia vista; 4) Recitazione pessima ( a dir poco legnosa ed inespressiva,altre volte caricaturale e grottesca ) della maggior parte degli attori e parziale spreco degli unici due buoni interpreti, ossia Trieste e la Betti; 5) Le musiche ‘datate’ di Stelvio Cipriani, che forse negli anni settanta avevano un loro ‘perché’, ma che oggi risultano solo fastidiose ed obsolete. Detto ciò, il film è un capolavoro del suo genere, ossia l’horror slasher ( dall’inglese “to slash”, ferire con un’arma bianca tagliente e appuntita), che ha dettato legge soprattutto ma non solo in America, con la serie di film “Venerdì 13”. Ma anche a quelli come me che lo slasher non frequentano minimamente resta comunque tanto da ammirare, nella maestria di Bava, il quale usa la pellicola cinematografica come la tela di un pittore con la sua tavolozza in cui il rosso regna sovrano. L’uso della macchina da presa da parte del Nostro inoltre è originale ed efficacissimo quando con inquadrature improvvise coglie i dettagli degli oggetti in movimento ( che diventano inquietanti come la ruota della carrozzella rovesciata per terra che gira a vuoto e poi si ferma in sintonia con il cuore della anziana signora uccisa; la prima di una lunga serie di tredici omicidi in “Reazione a catena”), con i suoi zoom che si alternano ai campi lunghi e attraverso l’alternanza fra messa e fuoco e fuori fuoco, che svolge anche la sua parte nel determinare le atmosfere baviane nebulose e misteriche, con la azzeccata scelta del paludoso scenario lacustre dove la storia del film di cui qui stiamo parlando si svolge. Ancora, da menzionare la soggettiva del criminale con la mdp che sposa il punto di vista dell’omicida ha fatto scuola a sua volta ( Dario Argento tra gli altri deve tanto a Bava, suo ‘apri pista’ d’eccellenza). Sulla serie di atroci delitti, quasi tutti commessi con armi da taglio o da punta, c’è da sottolineare la fantasia morbosa che li contraddistingue e la bravura di Rambaldi negli ‘effettacci’ speciali, come il collo senza la testa mozzata della Betti o il polpo sulla faccia del ‘de cuius’ omicida e vittima allo stesso tempo.

reazione a catena locandina

Regia: Mario Bava Soggetto: Dardano Sacchetti, Franco Barberi Sceneggiatura: Mario Bava, Giuseppe Zaccariello [Joseph McLee], Filippo Ottoni, Sergio Canevari, Francesco Vanorio Interpreti: Claudine Auger (Renata), Luigi Pistilli (Alberto), Claudio Volonté (Simon), Anna Maria Rosati (Laura), Chris Avram (Franco Ventura), Leopoldo Trieste (Paolo Fossatti), Laura Betti (Anna Fossatti), Isa Miranda (contessa), Giovanni Nuvoletti (conte), Brigitte Skay (bagnante), Paula Rubens (ragazza hippie), Guido Boccaccini (hippie ucciso dal serpente), Roberto Bonanni Fotografia: Mario Bava Musica: Stelvio Cipriani Costumi: Enrico Sabbatini Scenografia: Sergio Canevari Montaggio: Carlo Reali Suono: Carlo Tarchi Produzione: Nuova Linea Cinematografica Distribuzione: Indipendenti Regionali censura: 58688 del 12-08-1971

Recensione di Massimiliano Bellino

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