Poliziesco e noir

Qui Squadra Mobile (1973) – recensione della serie Tv

Spiluccando tra le teche Rai ci si imbatte in “Qui squadra mobile”(1973), la serie televisiva segnante l’approdo nel piccolo schermo del genere ‘poliziottesco’, che nel frattempo la faceva da padrone nel cinema di quegli anni ed oggetto delle storie ivi narrate erano fatti di cronaca nera rimaneggiati per il consumo televisivo e quindi espunte le eccessive crudità. Il regista che la curò era il vero mattatore degli sceneggiati e teleromanzi RAI degli anni sessanta e settanta, ossia l’abbruzzese Antonio Giulio Maiano ( Chieti,5 luglio1909–Marino,12 agosto1994) , il quale girò anche molti film nel mainstream delle sale, ma senza mai arrivare al grande successo, nonostante abbia diretto attori importanti come Mastroianni e la Loren. Certo gli stilemi cinematografici tipici del ‘poliziesco spaghetti’ in “Qui squadra mobile”vengono edulcorati e mitigati (meno violenza esplicita, turpiloquio e politicizzazione, ma anche meno spettacolarità dell’azione e poche riprese esterne come dimostra lo striminzito inseguimento automobilistico del rapinatore nella seconda puntata della serie), in vista della fruizione ‘familiare’ delle puntate, pur scritte da due specialisti del settore come Massimo Felisatti e Fabio Pitturru ( per il cinema i due cureranno la sceneggiatura di “La polizia accusa: il servizio segreto uccide”(1975), di Sergio Martino e “A tutte le auto della polizia”(1975), diretto da Mario Caiano ). Tra gli interpreti spiccava l’ottimo attore Orazio Orlando, napoletano, che copriva il ruolo del commissario Solmi, riflessivo e pacato, vedovo e amorevole padre di una bambina, votato al lavoro, ma dotato di grande umanità, molto diverso dai nerboruti e ‘destrorsi’ Merli, Sabato e Merenda, sempre inclini al cazzotto o alla sparatoria. Ritroveremo il personaggio di Solmi, stavolta interpretato da Antonio Sabato, in “A tutte le auto della polizia”, del regista Mario Caiano. Ma qui Pitturru e Felisatti lo trasformano in modo molto più ‘hardboiled’, come si conveniva per soddisfare il palato ‘harsh’ degli spettatori cinematografici amanti del poliziottesco. Inoltre, a differenza dei soliti meccanismi cinematografici conflittuali fra capitano/commissario ed ispettore/tenente ( il primo riflessivo al limite del pavido, attento agli equilibri di potere, sensibile ai potenti e legato al formalismo giuridico ed il secondo indefesso e integrale paladino della giustizia, dotato di pragmatismo, efficacia e dai metodi spicci), in “Qui squadra mobile” la direzione delle indagini è corale, con vari commissari, nessuno dei quali scalpitante o insoddisfatto dei limiti che la legge fornisce loro per assicurare i delinquenti al carcere, coinvolti puntualmente e collegialmente, capeggiati dal capo della mobile ( Giancarlo Sbragia) il quale li dirige in grande armonia di intenti. Insomma, in ‘Qui squadra mobile’ la rappresentazione delle dinamiche fra i caratteri principali del racconto è quasi del tutto idilliaca, al di là della ovvia contrapposizione fra polizia e criminali, privando la serie di quella drammaticità che invece è presente nel genere cinematografico, in cui l’eroe poliziotto è chiamato a fronteggiare non solo la delinquenza, ma anche l’ottusità dei superiori e del legalismo che gli mettono i bastoni fra le ruote.

Recensione di Massimiliano Bellino

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