Avventura

Zambo, il dominatore della foresta (1972) di Bitto Albertini – recensione del film

Adalberto Albertini che nella sua lunga carriera cinematografica ha più volte toccato il “peplum” (La regina delle Amazzoni, 1960 di Vittorio Sala come direttore della fotografia, o il tardivo Il gladiatore più forte del mondo, 1971 come regista, e agganciato a questo progetto di svecchiamento del genere mitologico anche da alcuni interpreti come Harris, Dottesio e Baldassarre) tenta di aggiornare il personaggio di Maciste inserendolo in una cornice temporale contemporanea – come per altro già accadeva per la gran parte dei Maciste muti di Bartolomeo Pagano – salvo poi restituirlo al suo consueto status di eroe antico immergendolo nel cuore della giungla e nell’arretratezza delle sue popolazioni, restituendogli così il suo consueto abitino – il “peplum”, appunto – raffazzonato, le sue armi bianche e un netto rifiuto alle comodità della civiltà moderna in favore di una pace bucolica e di una saggezza spirituale, retaggio di ere lontane molti secoli.
La trama, concepita dallo stesso regista con una ingenuità stupefacente, vede due condannati al carcere evadere e perdersi nella giungla. Uno di questi è l’innocente George Ryan capace, al contrario del suo collega di fuga, di sopravvivere a terribili tormenti prima di venire salvato da una tribù locale. Passano gli anni e l’uomo bianco ha acquisito una statura leggendaria come Zambo, lottando contro schiavisti senza scrupoli, ed è proprio a lui che una spedizione scientifica che ricerca in una delle zone più impervie i resti di una civiltà antichissima e particolarmente avanzata. Ovviamente la trovano, insieme a un ricchissimo tesoro, e altrettanto ovviamente l’organizzatore e la guida non si rivelano affatto quei gentiluomini che dovrebbero essere; da qui una serie – assai ridotta, a dire il vero – di scazzottate finché giustizia non è fatta e l’amore non scocca tra il protagonista – scagionato da una confessione in extremis del vero autore del crimine per cui era stato punito – e la bella figlia dello scienziato. Girato in una giungla poverissima – con animali mescolati a caso e in tutta evidenza provenienti da fonti esterne al film – e con l’attenzione riposta soprattutto alla misteriosa città, il film si dimentica di portare a conclusione anche le trame principali – il segreto della città (“il raggio di sole… l’occhio del dio… il cielo azzurro”) rimane tale, l’organizzatore della prima spedizione è deciso a prepararne una seconda per accaparrarsi il tesoro in pietre preziose ma il film s’interrompe proprio su questa premessa (forse che era già pronto un Zambo 2: la vendetta) – trascinandosi, dopo un avvio a discreto ritmo, fino al suo prevedibile epilogo, accompagnato da una peculiare partitura di Marcello Giombini (Antropophagus, 1980 di Joe D’Amato/Aristide Massacesi) assai più adatta a uno spaghetti western. L’americano Brad Harris invece rispolvera i suoi primi ruoli di forzuto a Cinecittà (è Goliath in Goliath contro i giganti, 1961 di Guido Malatesta; Sansone nel film omonimo di Gianfranco Parolini sempre nel1961; ed Ercole in La furia di Ercole, 1962 ancora per Parolini) mettendo in mostra la scultorea muscolosità del suo fisico e lanciandosi in lunghi pistolotti di mielosa retorica, mentre Raf Baldassare (Ercole alla conquista di Atlantide, 1961 di Vittorio Cottafavi) si cimenta con professionalità nel suo classico ruolo di “villain” viscido e senza scrupoli. Altrettanto efficaci si rivelano Daniele Vargas (Sansone contro i pirati, 1963 di Tanio Boccia) e Attilio Dottesio (Il trionfo di Maciste, 1961 di Tanio Boccia), in mezzo ai quali appare più che altro come una presenza pretestuosa una Gisela Hahn (divenuta celebre con Lo chiamavano Trinità…, 1970 di Enzo Barboni) non sempre inappuntabile – anche per colpe di sceneggiatura. Modesto e dall’andamento pigro, non si comprende nemmeno troppo bene a quale pubblico si voglia indirizzare (se non quello infantile dei cinemini oratoriali, all’epoca ancora pienamente in auge).

Zambo il dominatore della foresta locandina

Regia: Bitto Albertini Soggetto: A. Albertini Sceneggiatura: A. Albertini Interpreti: Brad Harris (George Ryan, detto “Zambo”), Gisela Hahn (Grace Woodworth), Daniele Vargas (Perkins), Raffaele Baldassarre (Juanez), Attilio Dottesio (prof. Woodworth), Mario Dionisi, Enrico Chiappafreddo, Oscar Giustini Fotografia: Pier Luigi Santi Musica: Marcello Giombini Scenografia: Antonio Visone Montaggio: Carlo Reali Suono: Francesco Groppioni Produzione: Claudia Cinematografica Distribuzione: P.A.C. Censura: 59996 del 23-03-1972

Recensione di
Alessandro Colombo

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