Giallo/Thriller

“Dario Argento ha visto le mie foto e l’ha segnalate a Franco Ferrini” Intervista a Ilaria Cecchi la protagonista di Caramelle da uno sconosciuto

Il cinema popolare italiano non è solo nomi altisonanti, grandi budget, notorietà. È fatto anche di film e volti che, sulla linea sottile che separa le luci dalle ombre, hanno in qualche modo trovato una loro intima ragion d’ essere…un fascino segreto e prezioso, ad uso e consumo di pochi che, in quelle righe non scritte, si sono sentiti capiti e in un certo senso, accolti.
Caramelle da uno sconosciuto è uno di quei piccoli film, opera prima ed unica di un autore interessante e profondo come Franco Ferrini.
Ma attenzione, piccolo non vuol dire privo di valore, bensì dotato della geniale, primigenia genialità che distingue i piccoli…i bambini. Capaci coi loro sguardi di filtrare le emozioni in un sottomondo che solo loro, e gli adulti non cresciuti, possono comprendere nelle sue variopinte sfumature.
Caramelle è tutt’altro che un film leggero, o superficiale. La trama gialla è poco più di un pretesto per raccontare di temi che hanno, ancor oggi, una scabrosa attualità: l’ infanzia negata, il senso del peccato e, perché no, la follia.
In fondo, quello che siamo oggi è il prodotto di quelle emozioni ancestrali formatesi nelle nostre menti di bambini, e lì rimaste, e fermentate fino a divenire il nostro nucleo inamovibile.
Ho cominciato a cercare Ilaria, che in realtà fa di cognome Ciullini e non Cecchi, e a chiedermi chi fosse, subito dopo aver visto Caramelle…fine anni ’80. E solo da qualche giorno l’ ho trovata, adulta…tra mille difficoltà perché, come prevedibile, il suo cognome nei titoli del film e quello reale, non coincidono.

  • Ciao Ilaria, mi racconti della tua esperienza sul set di ” Caramelle da uno sconosciuto”? Come fosti scelta per interpretare il ruolo di Vale nel film?

Ti racconto come sono arrivata a Caramelle da uno sconosciuto, ti chiedo scusa in anticipo se mi dilungherò. Parto dall’inizio, i miei genitori avevano una ditta di distributori automatici. Erano mio babbo e mia mamma e si occupavano di tutto, ovviamente erano molto impegnati, io facevo la prima elementare e la scuola finiva alle 12:30, ero quindi ancora piccola e spesso andavo con loro per non rimanere sola in casa. Avevano macchinette in tantissimi posti, officine, fabbriche, alcuni posti più divertenti per una bambina e altri molto meno. Il posto che mi piaceva di più in assoluto era una villa, molto bella sopra Poggio Imperiale. Lì una stilista greca aveva creato la sua attività. Al piano terra disegnava gli abiti che alcune sarte cucivano, al primo piano c’era l’abitazione. Era una stilista di alta moda per bambini.

Un giorno chiese ai miei genitori se potevo passare un pomeriggio con lei per fare qualche foto con i suoi vestiti insieme ad altri bambini. Mi divertii tantissimo e mi propose di lavorare per lei, avrei fatto le prove per gli aggiustamenti degli abiti durante la preparazione delle varie collezioni e le foto. Ho lavorato per lei da quando avevo 6 anni a quando ne avevo 12-13. Aveva 2 figlie gemelle più o meno della mia età, molto spesso mi capitava di stare da loro non solo per lavorare ma soprattutto per giocare con le gemelle. Il posto era bellissimo, c’era tanto verde e tanto spazio. Con lei ho fatto sfilate, stand a Pitti e tantissime foto. Il fotografo era sempre lo stesso e alla fine mi conosceva benissimo, capiva perfettamente il mio stato d’animo ogni volta, anche se non sono mai stata troppo espansiva. Quando avevo 11 anni capitò che la stilista vestisse le figlie di Dario Argento per un servizio fotografico. In quell’occasione, lui ha visto le mie foto e mi ha segnalata a Franco Ferrini che lavorava con lui come sceneggiatore. Fu tutto molto semplice, non feci un provino, semplicemente Franco Ferrini venne a conoscermi a casa della stilista e mi scelse.

  • Un tuo ricordo di Anna Galiena, che in Caramelle è tua madre, e di Barbara De Rossi.

I miei genitori per mantenere tutto veramente sotto le righe mi accompagnavano alle riprese con il camper. Mi ricordo che Anna Galiena un giorno venne a mangiare il suo lunch box nel nostro camper, chiacchierammo tantissimo e alla fine delle riprese mi regalò una maschera di ceramica. Di Barbara De Rossi invece mi ricordo un’immagine, era bellissima mi piaceva tanto e ad un certo punto si affacciò dalla sua roulotte dove si stava truccando e si mise a cantare a squarciagola Caruso.

  • A differenza di tanti bambini del cinema, che spesso interpretavano ruoli ” leggeri” e più consoni alla loro giovane età, tu ti trovasti invece a ricoprire un ruolo adulto…quasi scabroso. Come ti venne spiegato il tuo personaggio e avesti difficoltà nell’ impersonarlo?

Non ricordo se mi spiegarono di cosa si trattava. Ricordo solo che quando ho firmato il contratto mi hanno detto che dovevano cambiare il mio cognome visto che ero minorenne e che il film era vietato ai minori di 14 anni. In quel momento mi hanno dato il copione che mi sono letta più e più volte, alla fine sapevo le parti di tutti a memoria. Mi hanno anche spiegato che non potevo girare alcune scene e che avrei avuto una controfigura, sono rimasta stupita quando me l’hanno presentata. Si sono tutti divertiti a vedere la mia espressione. Era un ragazzo, lavorava dietro le quinte, aveva la mia stessa corporatura e i capelli lunghi. Avevo pensato che dovesse essere una ragazza ma in effetti al buio non si vedeva la differenza.

  • Che mi dici di Franco Ferrini…persona e regista. 

Come regista non mi sento di poter dare un giudizio, come persona non potevo sperare di meglio. Durante le riprese è sempre stato serio, corretto e molto professionale con tutti. Non dava molta confidenza ma era una di quelle persone da cui trasparivano integrità e valori e per questo ha lasciato il segno. Dopo qualche mese dalla fine del film siamo andati a trovarlo a casa sua a La Spezia, non credo che persone come noi lo avrebbero potuto fare con molti altri registi.

  • Hai qualche aneddoto particolare legato alla lavorazione del film?

Nell’ultima scena del film, Vale spara e colpisce un lavandino, il regista ci teneva che la scena dello sparo la facessi io. Abbiamo impiegato molto tempo a girarla perché io non capivo bene come dovevo sparare e quando far partire il colpo. Sarebbe stato sicuramente molto più veloce utilizzare la controfigura ma lui ci teneva che nella scena più significativa del film io partecipassi fino in fondo.

  • Nel cast, oltre alle già citate De Rossi e Galiena, compaiono altri volti noti e meno noti del panorama cinematografico dell’ epoca…mi vengono in mente Gerardo Amato, Anny Papa, Athina Cenci, Maurizio Donadoni. Ricordi qualcuno di loro?

Gerardo Amato non l’ho mai incrociato sul set, Athina Cenci sì ma non abbiamo parlato. Ricordo che mi intimoriva molto, così come Mara Venier. Maurizio Donadoni era una persona molto tranquilla ed è stato molto gentile. C’era una maggioranza di attrici donne nel cast, penso che per la maggior parte di loro io sono stata assolutamente trasparente. Le persone con cui ho legato di più in quel periodo sono state Anna Galiena e Barbara De Rossi.

  • Una curiosità: la sagoma scura in bici, che anticipa sinistramente le sequenze degli omicidi, eri realmente tu?

No, era la mia controfigura. Le sequenze sono state girate nella fascia oraria in cui io non potevo essere presente sul set.

  • Mi racconti la scena finale? Avevi un costume inquietante, con una specie di maschera…una sorta di inquietante Paperina…

Quella scena è stata girata in parte in un teatro e in parte all’Eur. Nel teatro è stata girata la scena all’interno del bagno con il costume da paperina, per fortuna perché sarebbe stato veramente imbarazzante indossare quel costume in pubblico. Nelle scene all’Eur c’era quasi tutto il cast ed è stata l’occasione per vederli tutti, io mi sentivo veramente un pesce fuor d’acqua in mezzo a tante attrici che ovviamente rispetto a me erano completamente a loro agio. Ad un certo punto venne Claudio Amendola che all’epoca stava con Mara Venier. Forse solo in quell’occasione ho intuito che stavo facendo qualcosa fuori dal comune, c’erano le transenne intorno alla zona dove giravamo e veramente tante persone curiose che si fermavano a guardare.

  • Caramelle è il tuo primo ed unico film: immagino fu una tua scelta abbandonare quel mondo…forse non ti interessava. Perchè eri brava…

Grazie del complimento ma non penso di meritarlo. Diciamo che il film è stato il culmine di una parte della mia vita in cui mi sono ritrovata per caso a fare qualcosa di particolare. Mi offrirono di fare un altro film subito dopo, non ricordo neanche cosa fosse ma si trattava di andare in Sardegna per le riprese. I miei genitori non ci pensarono neanche per un momento. Era stata una bella esperienza e doveva finire lì. La stessa cosa mi è successo per le foto, mi offrirono di fare foto artistiche che non avevano niente a che vedere con la moda. Mi ricordo che mio babbo rispose al fotografo che ci disse che avrei guadagnato tanti soldi: “a parte che per pagare le bollette non ci servono altri soldi”.

L’esperienza che ho avuto, bellissima, è stata filtrata dai miei genitori che hanno fatto di tutto perché rimanesse una parentesi della mia vita senza tanti fronzoli. Per questo motivo non hanno mai voluto che andassi in albergo, tranne forse una volta perché non ne potevamo fare a meno. La maggior parte delle volte mi accompagnavano entrambi, solo in un paio di occasioni mio babbo non è riuscito a venire. Andavamo sempre in camper, io indossavo i vestiti che mi aveva regalato la stilista. Non abbiamo mai chiesto niente di particolare durante le riprese. Il primo giorno mi hanno chiesto cosa volevo mangiare, io ho detto stracchino e patatine e per i due mesi successivi ogni volta che si girava avevo stracchino e patatine, non mi serviva altro. Il giorno della prima a Roma, siamo andati in macchina tutti e 4, c’era anche mia sorella, per non approfittare dell’albergo siamo andati e tornati la notte.

  • Di cosa ti occupi attualmente e com’ è oggi la tua vita?

Sono laureata in Chimica, un dottorato in Scienze Chimiche e lavoro nel reparto qualità di una multinazionale che produce strumenti diagnostici. Sono sposata e ho due figli, Matilde di 17 anni e Niccolò di 11. Ogni tanto mia figlia mi dice che sono stata fortuna a fare quello che ho fatto e che lo avrebbe voluto fare anche lei. Penso semplicemente che i tempi erano molto diversi e che sono stata veramente tanto fortunata perché ho conosciuto delle persone splendide che hanno reso quella parentesi un grande tesoro.

  • Sei un’ appassionata del genere “giallo all’ italiana”? O thriller?

Ho visto tutti i film di Dario Argento, i thriller mi piacevano tantissimo. Ad un certo punto della mia vita ho preferito guardare altri generi, più tranquilli, forse da quando sono nati i miei figli.

Intervista di Massimo Bianchi

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