Attenzione: contiene spoiler
Giovanni/Nino Garofoli è un italiano che lavora da oltre tre anni in Svizzera. Da allora il suo permesso di soggiorno viene sempre prorogato, semestralmente, grazie al rinnovo puntuale dei contratti di lavoro, pur provvisori. In questo periodo svolge l’attività di cameriere in un esclusivo ristorante dove il direttore, a breve, deve scegliere se assumere per un unico posto stabile disponibile con conseguente soggiorno permanente, Nino o, in alternativa, un altro cameriere turco. Un episodio del tutto fortuito decide la sua sorte: colto dal casuale scatto di una macchina fotografica mentre fa pipì sul muretto di un marciapiede e convocato dalla polizia dopo la denuncia del benpensante svizzero di turno, viene immediatamente espulso dal paese che lo ospita. Sentitosi tradito da questo provvedimento giudicato troppo punitivo, Garofoli non lascia la Svizzera e inizia una lunga traversata temporale tra umiliazioni, sensi di colpa e parziali redenzioni che lo portano a vivere l’odissea del clandestino e alla conoscenza di tanti reietti come lui, alla ricerca della sopravvivenza. Ogni tentativo di integrazione è vano e la resa dei conti sembra vicina. Nonostante un insperato permesso di soggiorno, ottenuto grazie ad una amica greca, la polizia elvetica lo espelle definitivamente. Nino viene accompagnato e fatto salire con autorità sul treno per l’Italia. Il convoglio sparisce dentro una galleria, dalla quale, qualche secondo dopo, riappare il nostro eroe che, a piedi e con la valigia in mano, già infastidito dai comportamenti dei connazionali compagni di viaggio , non si dà per vinto. Ritorna sui suoi passi e dischiude, nel finale aperto, la sua volontà di riscatto.
Nella tradizione del cinema di genere l’argomento della emigrazione è abbastanza ricco e riserva ottime sorprese. Tra gli altri è doveroso ricordare alcuni film significativi: per il Sudamerica “Gli emigranti”(1949) interpretato e diretto da Aldo Fabrizi; per gli Stati Uniti “L’emigrante” (1973) di Pasquale Festa Campanile e “Nuovomondo” (2006) di Emanuele Crialese; per la Germania il bellissimo “I magliari” (1959) di Francesco Rosi; per la Svezia “Il diavolo” (1963) di Gian Luigi Polidoro; per l’Inghilterra “La ragazza con la pistola” (1968) di Mario Monicelli e “Fumo di Londra” (1966) di e con Alberto Sordi; per l’Australia l’indimenticabile “Bello onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata” (1971) di Luigi Zampa.
“Pane e cioccolata” viene girato nel 1973 per la regia di Franco Brusati. Il paese oggetto della storia è la Svizzera. Luogo tradizionalmente pulito, ovattato, lontano per tradizioni, usi e costumi dalla vicina Italia. L’emigrazione è stata lungamente tollerata per ottenere manodopera estera, anche di bassa qualità, che potesse svolgere lavori umili, ma redditizi, nella cosiddetta “terra dei sogni”.
Oltre frontiera c’è l’opportunità di procurare il sostentamento alla famiglia in patria e, se le cose si mettono bene, riunire il nucleo affettivo e svolgere il lavoro nella stessa sede. Da questa premessa si sviluppa il plot del film che vede la figura dell’emigrante Nino quale unico, indiscusso, protagonista della storia. L’opera di Brusati è una amarissima commedia all’italiana che il regista milanese, colto e raffinato, più abituato alle regie autoriali che di genere, modella sulla straripante recitazione di Nino Manfredi.
Il ruolo del protagonista, all’origine pensato per Ugo Tognazzi, viene poi affidato a Manfredi che lo personalizza così tanto da pretendere la firma della sceneggiatura con Jaja Fiastri e lo stesso Brusati. Entrambi contestarono poi a Manfredi il suo inserimento nei crediti. Vinse l’attore che, quale esperto figlio di immigrati negli Stati Uniti, rivendicò firma e supervisione del personaggio.
Tra paesaggi da cartolina in cui i nativi trascorrono la vita con serenità e ricchezza, Brusati contrappone la condizione degli immigrati, usati e mantenuti ai margini di una società opulenta e non scalabile. Ogni incontro, ogni episodio del vissuto quotidiano di Nino rappresenta il tentativo, destinato al fallimento, di farsi riconoscere come persona e non soltanto come braccia da lavoro. Pervade per tutto il film quel sentimento latente, a volte oscenamente manifestato, di essere sempre fuori luogo, un intruso quando il contesto non è strettamente lavorativo.
Brusati e Manfredi non sono alla ricerca né della ironia e nemmeno della satira della commedia all’italiana, così usuali nella cinematografia italiana del periodo. Talvolta il narrato spinge ad un breve sorriso che si trasforma presto in rabbia o in angoscia per le situazioni che il protagonista vive. Ci sono, peraltro, ben evidenziati,tanti italici difetti. Nino fuma sul prato con il divieto bene in vista; orina sul marciapiede lungo la via; butta la carta, residuo della merenda domenicale, fuori dal cestino, nel parco; gioca a pallone con uno scocciato bambino elvetico; urla di gioia in un bar, davanti al televisore, dopo un gol della nazionale italiana. Gesti che riconosciamo appartenenti alla nostra nazionale esuberanza, ma, qui, soprattutto, di umana ribellione.
Anche le scene più incredibili paiono possibili nel mondo della immigrazione a tutti i costi. Dal lavoro in una comunità/pollaio dove anche gli umani hanno assunto i comportamenti dei polli che devono spennare, al formidabile quanto triste balletto con due amici operai che intrattengono i compagni di lavoro, travestendosi da ballerine. Nino non trova consolazione nemmeno nel fingersi svizzero o nel cercare di affrancarsi lavorando per l’unico italiano gradito: l’imprenditore miliardario che evade il fisco portando soldi nei cantoni della repubblica rossocrociata.
Film molto ben articolato, distaccato, non fa sconti nemmeno agli italiani. Mette ben in evidenza tanti loro difetti e la naturale predisposizione a mettersi nei guai in ogni occasione. L’ineluttabile destino è figlio, spesso, delle nostre incapacità educative. Nel finale aperto il protagonista, finalmente, si riscatta e apre la porta alla speranza che il futuro sia migliore e non la solita “pizza e mandolini”.
Come detto Nino Manfredi prevale su tutti e su tutto. La maschera del suo personaggio si compone di mille sfaccettature che lo rendono protagonista assoluto e meritevole del David di Donatello riconosciutogli nel 1974 come miglior attore protagonista. Incarna magnificamente tutto il meglio e tutto il peggio dell’italiano che, pur rozzo, piegato ed umiliato, non si dà per vinto, nonostante i suoi difetti e le sue debolezze.
Tra i coprotagonisti meritano rilievo: Johnny Dorelli quale disilluso industriale italiano che, travolto dal crack della sua azienda italiana, finisce per suicidarsi; Anna Karina, giovane greca che, reduce dal regime dei colonnelli che governa il suo paese, ospita e ha una breve relazione con Nino; Tano Cimarosa, suo vecchio compagno di lavoro; Gianfranco Barra, l’antagonista cameriere turco; tutta la famiglia che vive nella casa-pollaio.
Con “Pane e cioccolata”il tema della emarginazione e dell’immigrazione viene portato, in maniera disincantata e realista, al giudizio della vasta platea di spettatori che gradì e diede successo al film. Anche la critica espresse giudizio molto positivo. Un film, dunque, non retorico, con molta sostanza e recitato benissimo.
Franco Brusati (1922-1993) fu fine intellettuale e uomo letterato (lauree in Legge e Scienze politiche). Aiuto regista di Castellani e Rossellini, scrisse sceneggiature per Monicelli, Lizzani, Rosi e Emmer. L’esordio alla regia avvenne nel 1956 con “Il padrone sono me” tratto dal romanzo di Alfredo Panzini. Oltre a “Pane e cioccolata” lo ricordiamo, tra gli altri film, per “I tulipani di Harlem” (1970) e il bellissimo “Dimenticare Venezia” (1979) che ottenne una nomination agli Oscar come miglior film straniero e gli diede fama mondiale.
Note:
-Premi a“Pane e cioccolata”:
1974-David di Donatello per Miglior film, Miglior attore protagonista a Nino Manfredi, David europeo a Franco Brusati;
1974-Festival internazionale del cinema di Berlino: Premio OCIC a Franco Brusati; Orso d’argento a Franco Brusati; Nomination Orso d’oro a Franco Brusati;
1974-Grolla d’oro: Miglior attore a Nino Manfredi;
1975-Nastro d’argento: Miglior soggetto a Franco Brusati;
1978-Premio Cesar: Nomination Miglior film straniero a Franco Brusati;
1978-Kansas City Film Critics Circle Awards: Miglior film straniero;
1978-National Board of Review: Miglior film straniero;
1978-New York Film Critics Circle Awards: Miglior film straniero e secondo posto Migliore sceneggiatura a Franco Brusati;
2013-Alla 70 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, nella sezione “Classici”, viene presentata la versione restaurata a cura della Cineteca Nazionale.
-Dal 1974 ebbe distribuzione europea e nel 1978 fu distribuito anche negli Stati Uniti.
Frasi:
-Il commissario svizzero Giorgio Cerioni e l’emigrato italiano Nino Manfredi: “Come ti chiami?”-“Garofoli Giovanni. Innocente”-“E italiano”-“Beh…Nessuno è perfetto, signor commissario”.
-Nino Manfredi e gli emigrati italiani in Svizzera:”E’ tutta la vita che ci fregano con la chitarra e il mandolino: ancora cantano?”-“Beh…canta che ti passa, no?”-“E a me nun me passa: non è così che passa! Bisogna cambiare le cose, non cantarci sopra!”.

Il film è stato pubblicato sia in DVD che in Blu-ray (clicca qui per saperne di più).

pane e cioccolata locandina

Regia: Franco Brusati; Soggetto: Franco Brusati; Sceneggiatura: Franco Brusati, Jaia Fiastri, Nino Manfredi; Interpreti: Nino Manfredi (Giovanni/Nino Garofoli), Johnny Dorelli (industriale), Anna Karina (Elena, greca), Federico Scrobogna (Grigory, il figlioletto della greca), Paolo Turco (Gianni), Gaetano Cimarosa [Tano Cimarosa] (Gigi), Ugo D’Alessio (Pietro), Max Delys (Renzo), Gianfranco Barra (turco), Giorgio Cerioni(ispettore di polizia), Francesco D’Adda (Rudiger), Geoffrey Copleston (Boegli), Umberto Raho (capo personale hotel), Nelide Giammarco (bionda), Manfred Freyberger (svizzero sportivo), Cyrus Elias (Michele), Licia Ferre, Giorgio Dolfin, Patrizia Giammei (amica moglie industriale), Giacomo Rizzo, Piero Morgia (cliente bar-tv), Fortunato Arena, Ciro Giorgio; Fotografia: Luciano Tovoli; Musica: Daniele Patucchi, Daniele Patucchi; Costumi: Guido Patrizio; Scenografia: Luigi Scaccianoce, Paolo Biagetti; Montaggio: Mario Morra; Suono: Claudio Maielli; Produzione: Verona Produzione (1967); Distribuzione: Cinema International Corporation; censura: 63756 del 20-12-1973

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