Come sottolinea Luca Rea nel suo volume sul giallo italiano “Tutti i colori del buio”, negli anni settanta i titoli dei film si ispiravano spesso alla fauna ( mosche, iguane, gatti, lucertole, ecc. ) e anche questo non fa eccezione. Ma il richiamo alla tarantola in questa storia assume un significato più appropriato, dato che l’assassino seriale ( un maniaco paranoico impotente, che si finge cieco ) uccide le sue vittime ( bellissime donne, nude o seminude , come di prammatica allora ) con la tecnica paralizzante adoperata dall’ape per avere la meglio sull’aracnide.
Il regista del film, Paolo Cavara, fu un pluripremiato documentarista che nella sua carriera si cimentò due volte con il thriller, con buoni esiti, come in questo caso.
Naturalmente, l’omaggio a “Sei donne per l’assassino” è evidente, a parte per l’abbigliamento del killer, soprattutto nella sequenza dell’omicidio nella pellicceria , il quale ripropone una scenografia barocca molto simile all’atelier di moda utilizzato da Bava e scimmiotta la tecnica pittorica del Maestro, l’uso delle sfocature e l’attenzione di quest’ultimo verso gli oggetti ( i manichini, per esempio) che divengono a loro volta inquietanti e minacciosi.
Ma Cavara imita bene sia Bava che Argento e sa usare la macchina da presa in modo efficace, e nelle sequenze di azione e nei dialoghi e nell’interazione fra i personaggi e altresì in quelle squisitamente legate al brivido e al gore.
Il cast è di tutto riguardo, vantando un giovane Giancarlo Giannini – il quale torna al cinema giallo erotico dopo essere stato lanciato da Gastaldi, nel 1965, con “Libido”; e inoltre Stefania Sandrelli, Rossella Falk, Barbara Bouchet.
Da menzionare anche la presenza di Eugene Ferdinand Walter , che troveremo come assassino ne “La casa dalle finestre che ridono ” di Avati.
La trama si snoda dall’accoltellamento selvaggio di una ninfomane ( Barbara Bouchet) che attiva le indagini del commissario Tellini ( Giancarlo Giannini), il quale scoprirà l’autore dei delitti, solo dopo che altre tre donne ( la Incontrera, la Bach e La Falk ) verranno a loro volta trucidate con la stessa tecnica dello spillone paralizzante seguito da pugnalate.
La sceneggiatrice, tale Lucille Lukas , il cui nome sentiamo per la prima volta, depista il plot con una storia di droga e di ricatti, per mescolare le carte e rendere più appassionante la ricerca del colpevole. Tentativo parzialmente riuscito.
In sintesi, si tratta di un buon giallo, che non aggiunge niente al genere, ma che è un convincente contributo a consolidarne gli stilemi.

la tarantola dal ventre nero locandina

Regia: Paolo Cavara; Soggetto: Marcello Danon; Sceneggiatura: Lucile Laks; Interpreti: Giancarlo Giannini (commissario Tellini), Stefania Sandrelli (Anna Tellini), Claudine Auger (Laura), Barbara Bouchet (Maria Zani), Silvano Tranquilli (Paolo Zani), Rossella Falk (Franca Valentino, donna col neo), Ezio Marano (massaggiatore), Annabella Incontrera (Mirta, la pellicciaia), Barbara Bach (Jenny), Giancarlo Prete (Mario), Anna Saia (amica Zani), Eugene Walter (Ginetto), Nino Vingelli, Daniele Dublino, Giuseppe Fortis, Fulvio Mingozzi, Giorgio Dolfin, Carla Mancini, Guerrino Crivello; Fotografia: Marcello Gatti; Musica: Ennio Morricone; Costumi: Fiorella Gaetano; Scenografia: Piero Poletto, Piero Poletto; Montaggio: Mario Morra; Suono: Armando Bondani; Produzione: DA.MA. Produzione, P.A.C., Paris; Distribuzione: Cinema International Corporation; censura: 58708 del 12-08-1971

Recensione di Massimiliano Bellino