Frivola commedia sentimentale che parte da presupposti gialli per trasformarsi tosto in uno scontro tra innamorati. Carlo Torquati è un giovane artigiano che costruisce giocattoli per bambini e, come hobby, compone canzoni (in realtà una – quella del titolo del film – che vende a un editore di buon fiuto popolare) che incontra casualmente sull’autobus la bella Luisa Ceccacci, figlia del vetturino Augusto. Carlo, non senza una certa faccia tosta, costruisce un piccolo idillio con la sua bella; se non che, alla morta di una zia usuraia, questa – e, ovviamente, suo padre – si scoprono ricchissimi, e abbandonano ogni vestigia del loro passato proletario – per Luisa, Carlo compreso. Questa, lanciatasi nel bel mondo capitolino, intreccia una relazione con un nobile decaduto, il Barone di Pontenero, privo di soldi e dalle mire opportunistiche. Nel frattempo, Carlo, che non si è arreso alla situazione, si spaccia per l’assassino della ricca parente e si insedia in casa Ceccacci, minacciando il povero Augusto di fare avere alle autorità la coppia dell’ultimo testamento, in cui viene detto che l’intero patrimonio è destinato a opere di beneficienza, in cambio della metà degli averi ereditati. Ma in realtà è tutta una scusa per manovrare la giovane Luisa verso il suo cuore. La scoperta del vero colpevole – alquanto casuale – dell’omicidio lo costringerà a gettare la maschera e a rivelare i suoi reali intenti. Ci riuscirà obbligando il Barone di Pontenero a dimostrare le sue ciniche intenzioni. Efficace dal punto di vista dinamico, grazie alla briosa regia dell’anziano Guido Brignone (già eccellente “metteur-en-scène” del muto: il notevole Maciste all’inferno, 1925), ha più di una lacuna in fase di scrittura – sceneggiatura dello stesso Brignone in collborazione con Gaspare Cataldo (Il bacio di una morta, 1949, sempre con il regista milanese), Nicola Manzari (La città sconvolta: caccia ai rapitori, 1975 solido “actioner” di Fernando Di Leo) e Carlo Veo (passato poi alla regia con scarsi risultati, rifugiandosi dietro lo pseudonimo Charlie Foster) – a cominciare all’ingiustificabilmente smisurato affetto del protagonista per una Luisa Cecconi che si rivela tanto sciocca quanto superficiale – la cui unica qualità appare un moralismo oltremodo bigotto. Lo “script” affastella un certo numero di gag e spiritosaggini – queste ultime concentrate soprattutto in un commento “off” inspiegabile e, a tratti, irritante – dalla riuscita altalenante, nel tentativo parzialmente riuscito di dare corpo a un’anemica parte sentimentale con la tendenza a ostruire lo scorrimento. A dare il maggior sostegno al film sono le prove di Nando Bruno (Imbarco a mezzanotte, 1952 di Joseph Losey), genitore simpatico e bonaccione, e dell’americano Frank Latimore (La casa della paura, 1974 di William Rose), arguto e brillante innamorato dalle mille risorse; mentre meno convincente appare Antonella Lualdi (reduce da La cieca di Sorrento, 1953 di Giacomo Gentilomo) alle prese comunque con un personaggio già di suo scarsamente simpatetico per i suoi deficit caratteriali. Oltre alla solida prova di Galeazzo Benti (Il delitto di Giovanni Episcopo, 1947 di Alberto Lattuada), come antagonista, va segnalata la nutrita folla di caratteri che anima con vivacità la commedia, tra i quali emergono la cameriera di Bice Valori (Inganno, 1952 diretta ancora da Brignone), l’ambulante di Carletto Sposito (presente in un nutrito gruppo di pellicole dedicate a Napoli, prima di chiudere la carriera nella commediaccia scollacciata a cavallo tra anni ’80 e ‘80), e l’avvocato non proprio lucidissimo di Agostino Salvietti (Processo alla città, 1952 di Luigi Zampa). Punteggiato dal tema centrale – la canzone omonima – di Armando Fragna, il film scorre via innocuo e potabile, con pochi sussulti e qualche sorriso, concentrato nella parte conclusiva.

papà pacifico locandina

Regia: Guido Brignone; Soggetto: Guido Brignone, opera; Sceneggiatura: Gaspare Cataldo, Nicola Manzari, Carlo Veo, Guido Brignone; Interpreti: Antonella Lualdi (Luisella Ceccacci), Frank Latimore (Carlo Torquati), Nando Bruno (Augusto Ceccacci, padre di Luisella), Galeazzo Benti (barone Alberto di Pontenero), Bice Valori (Gina, cameriera), Carletto Sposito (venditore ambulante di giocattoli), Lucia Brusco (Maria Grazia), Agostino Salvietti (avvocato Raimondo Giorpani), Nerio Bernardi (pubblico ministero), Enzo Biliotti (giudice del tribunale), Marisa Valenti (Mara Lauri), Pino Locchi (Fofò), Angela Lavagna (signora Giorpani), Franco Andrei (Pier Luigi Dodi, pittore), Cesarina Gheraldi (ladra dell’anello), Nino Milano (commissario), Luisella Boni (Donatella, amica di Luisella), Carlo Ruggeri (amico di Luisella), Guido Barbarisi (compratore dei quadri di Dodi), Anita Durante (portinaia di casa Ponte Nero), Ada Colangeli (portinaia di casa Ceccacci), Anna Di Leo (Maria Teresa), Adriana Facchetti (nuova cassiera della rosticceria), Edoardo Toniolo (giudice istruttore), Giuseppe Chinnici (vice commissario), Maria Pia Spini [Anna Maria Spini] (padrona di casa di Carlo), Ciccio Barbi (Carletto, detto “Manolesta”), Michele Malaspina (venditore di automobili), Franco Jamonte (poliziotto), Mario Maresca (commissario che indaga sul furto anello), Renato Navarrini (direttore della galleria d’arte), Giuseppe Pierozzi (proprietario della trattoria); Fotografia: Mario Albertelli; Musica: Armando Fragna
Scenografia: Piero Filippone; Montaggio: Jolanda Benvenuti; Suono: Mario Amari; Produzione: Manenti Film (1933); Distribuzione: Manenti Film; censura: 16504 del 29-04-1954

Recensione a cura di:
Alessandro M. Colombo (c)