Attenzione: contiene spoiler. La vicenda si svolge nel III secolo avanti Cristo nell’isola di Rodi. Dario, eroe ateniese, dopo aver combattuto e vinto i Persiani, decide di trascorrere qualche tempo nella famosa isola del Mediterraneo, conosciuta per la fragranza dei fiori, per le belle donne e per il monumentale colosso che presidia il porto con la sue gigantesche dimensioni. Le buone intenzioni di Dario nel cercare di ritemprarsi dalle fatiche della guerra appena conclusa sono ben presto vanificate dal clima di scontento che il popolo manifesta a Serse, il re tiranno che ha voluto, a tutti i costi, la dispendiosa costruzione del colosso. Per ben due volte Dario assiste ai tentativi di uccidere il dispotico monarca. Gli irriducibili rivoluzionari, stanchi della tirannia del sovrano, cercano anche alleanze con gli Arconti greci per detronizzarlo dal trono. Dario, coinvolto suo malgrado dalla iniziativa dei ribelli, spera, invano, di lasciare l’isola per tornare al suo paese natio. Ad impedirglielo è il perfido consigliere del re che sta tramando per deporre Serse ed allearsi con i fenici, avidi e gelosi della fortuna commerciale della ricca isola. Dario, intanto, conosce Diala, giovane figlia dell’architetto ideatore del colosso, che , per ambizione di divenire regina, prima lo irretisce per poi tradirlo e consegnarlo alle guardie reali. Liberatosi con ardimento, all’eroe greco non rimane che unirsi al popolo in rivolta e combattere gli invasori fenici sbarcati in massa. Durante il cruento scontro, l’isola viene devastata da un liberatorio e terribile terremoto che distrugge palazzi, vie e il famoso colosso. La vittoria di Dario e dei suoi amici, ottenuta con il coraggio e l’audacia, dà la forza ai valorosi per cominciare una nuova vita nella bella e fertile isola.

Opera prima di Sergio Leone, questo già basta per infondere a questo film un’aurea, un alone di interesse e di attesa per vedere ed apprezzare i primi passi, da direttore unico di set, del grande regista romano. Sergio, figlio di Vincenzo Leone, in arte Roberto Roberti, attore e regista pioniere dei film muti e di Bice Waleran, attrice, era predestinato alla carriera nel cinema. Prima lo troviamo comparsa in “Ladri di biciclette” (1948) di Vittorio De Sica, poi assistente e regista di seconda unità di alcuni Kolossal americani girati a Roma Cinecittà quali “Quo Vadis”(1951) di Mervyn LeRoy e “Ben-Hur”(1959) di William Wyler. Successivamente si fa notare come regista subentrante ne “Gli ultimi giorni di Pompei”(1959), dopo che Mario Bonnard abbandona il set per malattia. La grande occasione giunge nel 1961 quando, oltre alla sceneggiatura scritta con Chitarrini, De Concini e Martino, gli viene proposta una vera e propria regia, considerata la sua esperienza nel genere storico-mitologico. Disponendo di un budget contenuto, Leone, con merito, realizza un film di maniera che contiene tutti i canoni del genere “sandaloni” o all’inglese “sword and sandal”, campioni di incassi e di popolarità dell’epoca. Siamo ad inizio degli anni sessanta e i film che raccontano le gesta degli eroi della mitologia, dell’antica Grecia o dell’antica Roma sono già in voga dagli anni cinquanta e vivranno i loro anni dorati fino alla fine del decennio successivo. Nel film di Leone ci sono tutti gli stilemi che gli spettatori pretendevano di riconoscere e trovare sempre. Spettatori di bocca buona, semplici, magari in sale di seconda o terza visione, parrocchiali, ma che fecero la fortuna del cinema italiano e che permisero alle grandi Produzioni di raccogliere i fondi per finanziare quei film d’autore che oggi sono nostro vanto mondiale. Cinema popolare, ma realizzato da formidabili artigiani e da maestri della inquadratura e della organizzazione del set. Questi ”non kolossal”, spesso con budget limitati, erano la felicità e la gioia di tanti pomeriggi domenicali trascorsi ad apprezzare eroi dai muscoli oliati che difendevano bellissime regine, città assediate e i tanti sogni di chi li ammirava, a bocca aperta, nel buio della sala. “Il colosso di Rodi”, per questa vasta platea ( il film all’epoca incassò ben 657 milioni di lire), soddisfa tutte le aspettative di spettacolo e di avventura. Sono facilmente riconoscibili i buoni e i cattivi; il male sembra prevalere tra intrighi e tradimenti, ma il coraggio, la forza e i buoni sentimenti sbaragliano le avversità prodotte dagli uomini e dalla natura. Nessun terremoto e nessun crudele ed arrogante invasore può fermare l’epico e non scontato happy end. Poveri e ribelli contro potenti è elemento che ritroveremo più marcatamente nei successivi film di Leone; qui sembra interessare più il duello fisico, la battaglia. Manca lo scontro psicologico, il sottile duello emotivo degli occhi e degli sguardi nelle lunghe soggettive o nei frustranti primissimi piani sui visi del pistolero o dei maltrattati peones. A Leone non interessano ancora i particolari stilistici e peculiari del suo cinema futuro, buoni per platee più raffinate o per i critici di mezzo secolo dopo; chi vede questi eroi vuole appassionarsi alla muscolosità di Mimmo Palmara che trascina e abbatte nemici come fuscelli o alla abilità di daga di Rory Calhoun che, in cima al colosso, infilza e trascina nel vuoto tanti soldati del tiranno nemico. Vuole ammirare la bella Lea Massari, prima compiacente ancella, poi infida traditrice e infine riscattata vittima, o stupirsi di fronte alle scosse telluriche del terremoto, la cui forza della natura tettonica distrugge palazzi, templi e non riconosce gli amici dai nemici. Film memorabile; curate le scene delle battaglie e degli scontri tra duellanti e sontuose quelle all’interno del palazzo reale dove la corte sfoggia ricchi costumi e solenne maestosità. (Curiosa la breve ed unica inquadratura di pochi secondi del “gonghista” Nello Pazzafini). La colonna sonora, imponente, è di Angelo Francesco Lavagnino. E’ l’unico film di Leone dove la musica non è di Ennio Morricone. Fotografia solare sui set spagnoli e inquadrature pulite e sicure sui protagonisti e sui paesaggi. Il ruolo di Dario è, inizialmente, affidato a John Derek, già attore, tra gli altri, ne “I dieci comandamenti”(1956) di Cecil B. De Mille e “Exodus”(1960) di Otto Preminger. E’anche regista di buona fama e marito, nel tempo, di Ursula Andress, Linda Evans e Bo Derek. Durante le riprese accusa Leone di essere poco esperto e pretende di assumere la regia del film. Sostenuto dagli attori e dalla Produzione, Leone continua e finisce felicemente il lavoro, sostituendo l’attore ammutinato con Rory Calhoun. Rory è colui che farà, poi, l’imperdonabile errore di rifiutare il ruolo principale ne “Per un pugno di dollari”(1964), film che diede il via alla trilogia del dollaro di Eastwoodiana memoria. Nel “Colosso di Rodi” la sua figura non calza con quella dello stereotipo del ruolo: più ironico che muscoloso, più solitario spadaccino che forzuto devastatore di eserciti nemici. Legnosa e contemplativa Lea Massari nel ruolo di donna dall’anima trivalente; ben assortita la legione dei co-protagonisti da cui emerge un titanico Mimmo Palmara. Gli attori non sono ancora, tuttavia, di modello leoniano . Un cenno al colosso sul quale regge la storia e al quale dobbiamo le magistrali scene della colata di fuoco sui naviganti in fuga e della sua distruzione finale causata dallo spaventoso terremoto. Scene degne dei nostri moderni blockbuster, loro sì stracolmi di effetti speciali. Il grande manufatto rappresentava la statua del dio Apollo (il greco Helios). Era considerato una delle sette meraviglie del mondo e fu costruito nel III secolo a.C. in prossimità dell’isola greca di Rodi. Cominciato nel 292 a.C. fu distrutto davvero da un terribile terremoto nel 224 a.C. Leone seppe dare risalto al fatto storico e alla fantasia nel racconto filmico, dimostrando, nella sua prima prova da regista, anche se in maniera ancora acerba, tutti i talenti che lo avrebbero posto come uno dei più bravi e più importanti registi italiani. E’ un film da vedere, se possibile, prima di tutta la successiva produzione leoniana per capire ed apprezzarne ancora di più la crescita e la sua affermazione stilistica. Un sussulto e tanti ricordi emozionanti, infine, non possono sfuggire a chi, apprezzata una recente visione del film, vede comparire, all’epilogo, la cara e vecchia parola “FINE”, oramai desueta.

il colosso di rodi

Regia: Sergio Leone Soggetto: Ennio De Concini, Cesare Seccia, Aggeo Savioli, Carlo Gualtieri, Luciano Chitarrini, Luciano Martino, Sergio Leone Sceneggiatura: Ennio De Concini, Cesare Seccia, Aggeo Savioli, Carlo Gualtieri, Luciano Chitarrini, Luciano Martino, Sergio Leone Interpreti: Rory Calhoun (Dario), Lea Massari (Diala), Georges Marchal (Peliocle), Conrado Sanmartin(Tireo), Mabel Karr (Mirte), Angel Aranda (Koros), Mimmo Palmara (Ares), Georges Rigaud (Lisippo), Carlo Tamberlani (Senone), Roberto Camardiel (Serse), Yann Larvor (Mahor), Félix Fernández (Carete), Ignazio Dolce, Fernando Calzado, Angel Menendez, José De Vilches, Arturo Grosre, Giovanni Pazzafini [Nelllo Pazzafini] (gonghista), Antonio Casas (ambasciatore fenicio), Alfio Caltabiano [Alf Randall] (Creonte) Fotografia: Antonio Ballesteros Musica: Angelo Francesco Lavagnino Costumi: Vittorio Rossi Scenografia: Ramiro Gómez Montaggio: Eraldo Judiconi [Eraldo Da Roma] Suono: Giuseppe Turcio, Mario Amari Produzione: Cineproduzioni Associate, C.F.P.C., Paris, Cinéma Télévision, Paris, Procusa Films, Madrid Distribuzione: Filmar, P.A.C. (Produzione Atlas Associate) censura: 35347 del 22-08-1961

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