Lazzaro è un giovane contadinotto sfruttato da tutti gli abitanti di un villaggio quasi fuori dal tempo, trattato come uno stupido quando in realtà è pervaso da una bontà da considerarsi oramai inumana. Alice Rohrwacher disegna una parabola perfetta incarnata dall’antieroe per eccellenza, considerando che la bontà d’animo dell’attore esordiente Adriano Tardiolo sarebbe impossibile da replicare anche per un artista più dotato. Il personaggio che gli viene appiccicato addosso ci porta per mano in una storia tanto bislacca quanto memorabile, recepita giustamente come una fiaba quando rende omaggio ad una realtà rurale oramai in via d’estinzione. Esattamente come il modo di fare cinema della Rohrwacher che rende magica una storia incentrata sullo sfruttamento del prossimo che è poi uno dei canovacci più ricalcati, trattandosi in fondo di un tratto insito nella natura umana. Contestualmente la regista originaria di Fiesole rende omaggio ad una serie di racconti accumulati nel corso della sua vita, spinta tra l’altro dalla sensazione che un film sulla campagna andasse fatto adesso perché non si potrà più fare. La perfetta sintesi tra invenzione e testimonianza con nel mezzo un protagonista dotato di una santità inconsapevole, priva di miracoli ed effetti speciali ma che finisce con lo spiazzare lo spettatore, probabilmente perché si è accantonato del tutto qualsiasi proposito di bontà. Le reminiscenze pasoliniane che ci riconducono a storie intorno ai borghi abbandonati sugli Appennini sono limpide, esattamente come le interpretazioni degli abitanti di questo piccolo mondo antico che prende vita grazie a racconti carichi d’umanità che difatti c’entrano poco con una realtà assoggettata alla modernizzazione globalizzante. Esattamente come il demiurgo di questo vero e proprio miracolo cinematografico, quell’Alice Rohrwacher oramai estranea ai circuiti cinematografici e alla metropoli stessa, essendo tornata a vivere in provincia fin dalla lavorazione de Le Meraviglie; uno splendido isolamento da cui trarre spunto per offrirci un approccio al cinema che temevamo fosse stato perduto per sempre. Invece proprio come il protagonista Lazzaro risorge mettendo alle strette i suoi detrattori, dal momento che non sacrifica la sua genuinità in luogo di artifici per cercare di piacere maggiormente al prossimo. Palma d’oro per la sceneggiatura all’ultimo Festival di Cannes Lazzaro felice riesce a convincere pubblico e critica con un’idea umile di cinema, segno che entusiasmarsi per piccole grandi storie in cui ancora il regista si prende cura amorevolmente dei propri personaggi, è sintomo di una saturazione per pellicole che cercano di abbacinare con i grandi effetti, difettando poi per sceneggiature piatte proprio perché incapaci di creare empatia nel pubblico. Quando magari ci si accontenta d’essere felici alla maniera di Lazzaro.

lazzaro felice locandina

Regia: Alice Rohrwacher; Sceneggiatura: Alice Rohrwacher; Fotografia: Hélène Louvart; Interpreti e personaggi: Adriano Tardiolo: Lazzaro; Alba Rohrwacher: Antonia adulta; Nicoletta Braschi: marchesa Alfonsina De Luna; Luca Chikovani: Tancredi ragazzo; Sergi López: Ultimo; Natalino Balasso: Nicola; Tommaso Ragno: Tancredi adulto; Agnese Graziani: Antonia bambina; Carlo Massimino: Pippo; Giulia Caccavello: Teresa; Paese di produzione: Italia, Svizzera, Francia, Germania; Casa di produzione: Tempesta, Rai Cinema; Distribuzione (Italia): 01 Distribution; Durata: 130 min.

Recensione di Simone Ferrera