Un onirico incipit anticipa una storia incredibile. Il piccolo Giovanni (Andrej Chalimon), dopo l’abbandono della madre (Amanda Sandrelli) è cresciuto dal padre isolato dal mondo, entro i confini di una grande villa di campagna. Lanfranco (Jacques Perrin), il cinico genitore, ne ha fatto una cavia per i suoi esperimenti di glottologia: lo ha privato della conoscenza della lingua in luogo di un italiano tutto particolare, in cui le parole rispondono a significati diversi dall’utilizzo corrente. Un giorno Giovanni scopre un libro “normale” e sta per aprirlo. Se lo leggesse il suo mondo ovattato crollerebbe. Alla vista del pericolo il padre ha un sussulto: l’esperimento fallirebbe. Un improvviso arresto cardiaco coglie l’uomo e lascia Giovanni solo in un mondo che non conosce, con cui non può comunicare. Allontanatosi da casa, viene notato e condotto in clinica. Nessuno ne ha denunciato la scomparsa, né il bimbo può spiegare le sue origini. Mentre un luminare lo addita come malato, come un “caso” da studiare e correggere, la psicologa Marina (Anna Bonaiuto) intuisce che dietro l’incomunicabilità del bimbo non ci sono né traumi né carenze, bensì una maniera “altra” di comunicare. La coraggiosa psicologa azzarda il rapimento del piccolo sottraendolo agli inutili esperimenti medici, e con affetto cominceranno insieme il percorso che chiarirà il mistero.
Si dice che talvolta gli autori creino dei mondi per poi distruggerli, o per dimostrare delle tesi, per esplorarli, per rappresentare la bontà o la cattiveria umane, a seconda del discorso che s’intende condurre. Fulvio Wetzl edifica. Costruisce, in sette anni di stesure e revisioni, un cervellotico enigma al fine di sbrogliarlo davanti allo spettatore. C’era bisogno di calare il piccolo protagonista in un problema così fantasioso e più grande di lui? Sì, era necessario un grande problema per poter gridare il grande messaggio di libertà e anche di anarchia che la storia consegna nella sua soluzione. Il piccolo Giovanni è stato “programmato” per essere un diverso. Si sa che la diversità spaventa e disorienta, ma proprio dalla diversità emarginata e additata come scandalo da sanare, sboccia con stupore la rivincita che contraddice le aspettative di un mondo e di un sistema i quali esigono conformità. Quando in una comunità o in una società organizzata fa il suo ingresso il diverso, si tende istintivamente a correggerlo, a volerne modificare l’entità straniante per conformarla alla collettività. Senza però rendersi conto che questa è una violenza. L’approccio più sensato e sensibile è un altro: comprendere prima di agire, imparare prima di insegnare, lasciare che a comunicare siano prima le emozioni e poi, semmai, le parole. Il film offre questi importanti contenuti. Abbiamo l’arrogante presunzione di un potere genitoriale che specula su un figlio come fosse un oggetto, una madre anaffettiva che abbandona, una società che emargina e cataloga anche ciò che non comprende, e infine la meravigliosa rivincita su tutti da parte di un diverso che si dava per spacciato. Wetzl fa suo il titolo dell’opera di Salieri (1786) per ricordare che le sovrastrutture costruite dall’uomo non sono indispensabili alla purezza dei gesti primordiali, che anzi spesso li soffocano. Sono nettamente contrapposti i mondi che tentano d’interagire: mentre uno si recinta di responsi medici, risonanze magnetiche, reparti, caserme e codici, l’altro, quello dell’ingenua spontaneità di Giovanni, insegue semplicemente il richiamo della bellezza. Dolly e carrelli esplorano questa bellezza immedesimandosi negli stati d’animo. La regia è sinuosa e la scrittura ad ellissi. Lo spettatore è invitato a non pretendere di capire subito, ma a lasciarsi condurre come in giallo. Il lungo piano sequenza nel finale riporta l’armonia. Volterra e i suoi tesori sono la cornice. La presenza nel film del lungo graffito ad opera di Oreste Nannetti, detenuto presso l’ex manicomio di Volterra, è chiave simbolo di lettura.

PRIMA LA MUSICA POI LE PAROLE locandina

Regia: Fulvio Wetzl; Soggetto: Fulvio Wetzl; Sceneggiatura: Fulvio Wetzl; Interpreti: Anna Bonaiuto, Andrej Chalimon, Barbara Enrichi, Gigio Alberti, Amanda Sandrelli, Carlo Monni, Giacomo Piperno, Anita Laurenzi, Jacques Perrin (Lanfranco), Stefano Bicocchi [Vito], Orlando Picheca, Francesco D’Onofrio, Massimo Sarchielli, Fernando Maraghini, Rita Polverosi, Silvia Martini, Marco Boncompagni, Simone Sani, Valentina Landi, Renzo Barbafiera, Simone Migliorini, Antonella Becorpi, Michele Magni, Francesco Scali, Marco Colivicchi, Elide Troiano, Michele Bigazzi, Alberto Nicoletti, Mirco Gazzarri, Giulia Grassini, Agnese Acconci, Rachele Bibbiani, Andrea Nelli, Marco Guerrieri, Alessandro Biondi, Marco Balducci, Cristina Di Fabio, Valentina Gabellieri, Nicola Gabellieri, Lorenzo Lazzeri, Costanza Nucci, Francesco Paterni, Luca Bassi, Silvia Lonzi, Carlotta Mannarini, Veronica Tamburini, Silvia Vanzi, Piero Bruchi; Fotografia: Maurizio Calvesi; Musica: Dario Lucantoni; Costumi: Metella Raboni; Scenografia: Alessandro Marazzo; Montaggio: Antonio Siciliano; Suono: Ettore Mancini, Tommaso Quattrini, Umberto Montesanti; Produzione: Gierre Film, Filmtre; Distribuzione: Lantia Cinema & Audiovisivi; censura: 93523 del 08-06-1999

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